Rothko a Firenze, il primo weekend tra colori e silenzio alla scoperta di un maestro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Correva l’anno 1950 quando Mark Rothko, allora quarantasettenne, mise piede per la prima volta a Firenze al seguito della moglie Mell, e quell’incontro con le pietre serenamente scandite da Brunelleschi, con le proporzioni di Palazzo Strozzi stesso e con la luce che qui sa farsi sostanza, gli lasciò un’impronta destinata a riaffiorare, decenni più tardi, nei suoi campi di colore fluttuanti. Oggi, a riempire quelle stesse sale progettate da Giuliano da Sanghello e cronologicamente sospese tra la potenza civile e la grazia quattrocentesca, è una retrospettiva che della tensione tra misura classica e libertà espressiva fa il suo cardine interpretativo: Rothko a Firenze, aperta al pubblico da sabato 14 marzo e destinata a rimanere in scena fino al 23 agosto 2026, propone oltre settanta opere – molte delle quali mai viste prima in Italia – provenienti da istituzioni come il Museum of Modern Art di New York, la Tate Gallery di Londra e il Centro Pompidou di Parigi, e lo fa allestendo un dialogo serrato, quasi una prova di resistenza spirituale, tra la pittura americana della seconda metà del Novecento e i capisaldi del Rinascimento fiorentino. La curatela, affidata a Elena Geuna e a Christopher Rothko, figlio dell’artista, ha scelto di restituire al pubblico l’intera parabola creativa del maestro nato in Russia nel 1903 e naturalizzato statunitense, partendo dalle figure contratte e dai silenzi metafisici degli anni Trenta per arrivare, attraverso la fondamentale stagione dei Multiforms, ai grandi formati della maturità, quei celebri rettangoli sovrapposti che non intendono rappresentare nulla se non l’esperienza stessa del guardare.
L’evoluzione di un linguaggio, dal figurativo all’astrazione come esperienza totale
Il percorso espositivo che si snoda al piano nobile di Palazzo Strozzi segue un andamento insieme cronologico e tematico, capace di mostrare come il passaggio di Rothko all’astrazione non fu una rottura improvvisa, ma piuttosto il frutto di una lenta decantazione: gli interni urbani e i paesaggi metafisici degli anni Trenta rivelano un pittore ancora immerso nelle tensioni dell’espressionismo europeo, mentre i lavori della decade successiva tradiscono un interesse per il mito e il simbolo che presto si sarebbe dissolto a favore della pura vibrazione cromatica. Le tele degli anni Cinquanta e Sessanta, quelle per intenderci che molti conoscono attraverso le riproduzioni, impongono qui una presenza fisica del tutto diversa, perché non chiedono uno sguardo frettoloso ma esigono tempo, esigono che ci si ponga davanti a esse con la stessa lentezza con cui si osserva un affresco del Beato Angelico; e non è un caso, del resto, che la mostra si estenda anche al Museo di San Marco, dove alcune opere selezionate entrano in colloquio diretto con le pareti dipinte dal frate domenicano, né che approdi al vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, quello spazio disegnato da Michelangelo in cui le colonne sembrano incassate nelle pareti e lo scalpello pare aver sospeso per sempre il movimento della pietra. Il confronto non è mai didascalico, mai forzato, eppure si avverte con chiarezza: Rothko, come Angelico, credeva che la pittura potesse essere veicolo di trascendenza, e i suoi colori – quei rossi profondi, quei blu che paiono assorbire la luce, quei marroni che trattengono lo sguardo – agiscono sull’osservatore come una sospensione del tempo lineare, un invito a entrare in uno spazio altro che è insieme interiore e assoluto.
La musica di Feldman per Rothko: un’immersione nella cappella di Houston rivive a Firenze
L’operazione culturale messa in campo dalla Fondazione Palazzo Strozzi, diretta da Arturo Galansino, non si limita tuttavia alle arti visive, ma si allarga a comprendere quel dialogo tra i sensi che fu tanto caro agli ambienti dell’astrazione americana; ecco allora che sabato 21 marzo, presso la Sala Orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, andrà in scena in tre diverse repliche – alle 16.00, alle 17.30 e alle 19.00 – la Rothko Chapel di Morton Feldman, composizione del 1972 scritta in risposta diretta allo spazio interreligioso di Houston, in Texas, dove quattordici monumentali dipinti dell’artista circondano i fedeli di ogni confessione e di nessuna. Feldman, che dell’Espressionismo astratto newyorkese fu amico e compagno di strada, concepì quest’opera per soprano, contralto, coro, viola, celesta e percussioni con l’idea che la musica dovesse permeare l’ambiente come la pittura di Rothko pervade la cappella ottagonale, e per farlo scelse suoni rarefatti, lunghi silenzi, accordi che paiono sospesi nel vuoto e che non sviluppano una narrazione lineare, ma si limitano a creare una presenza sonora che avvolge l’ascoltatore da ogni lato. La particolarità dell’esecuzione fiorentina, promossa in collaborazione con la Fondazione Teatro del Maggio e con l’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino, risiede nella scelta di ricreare in sala quella stessa disposizione spaziale della cappella texana: il pubblico sarà collocato al centro, con le sedute disposte in modo volutamente irregolare attorno al direttore, mentre musicisti, coro e solisti occuperanno i lati di un ottagono immaginario, facendo sì che la musica avvolga lo spettatore esattamente come i dipinti avvolgono il visitatore a Houston.
La città come estensione del museo: San Marco e la Laurenziana in dialogo con l’artista
L’iniziativa si inserisce nel più ampio programma Fuorimostra voluto da Palazzo Strozzi per trasformare l’intera città in un circuito espositivo diffuso, e il fatto che le due sedi satellite siano state individuate nel Museo di San Marco e nella Biblioteca Medicea Laurenziana non è affatto casuale, poiché entrambi i luoghi rappresentano nodi fondamentali di quella cultura umanistico-rinascimentale che Rothko aveva lungamente studiato prima ancora di mettere piede in Italia, e che ne aveva influenzato la concezione dello spazio pittorico come luogo di meditazione e raccoglimento. Si tratta, per il visitatore, di un’occasione unica per sperimentare come le campiture di colore del maestro americano reagiscano a contesti architettonici radicalmente diversi da quelli dei musei internazionali che solitamente le ospitano: la luce che filtra dalle finestre del convento domenicano, la penombra della biblioteca michelangiolesca, il rapporto con le superfici affrescate o con le pareti lapidee diventano parte integrante dell’opera, la modificano, la rendono ogni volta diversa e ogni volta riconoscibile nella sua inconfondibile capacità di porre le grandi domande – perché siamo qui, dove andiamo – senza mai concedersi alla retorica della risposta facile. L’arte di Rothko, come d’altronde ebbe a spiegare suo figlio Christopher in sede di presentazione, non è fatta per essere guardata distrattamente, ma per essere abitata; e Firenze, con la sua straordinaria capacità di farsi essa stessa spazio da abitare, si candida a essere la cornice ideale per questa esperienza totalizzante che, nelle intenzioni dei curatori, dovrebbe condurre chi osserva al di là della superficie della tela, in quel territorio di mistero in cui il colore cessa di essere semplice materia e diventa pura presenza.
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