La portaerei Lincoln e il nodo delle missioni senza fine: equipaggio allo stremo, Trump gela le famiglie

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La vita a bordo delle portaerei statunitensi, da sempre simbolo della proiezione di potenza americana, sta mostrando crepe sempre più profonde, e l'ultimo caso a sollevare un polverone internazionale riguarda la USS Abraham Lincoln. La nave, impegnata da mesi nelle operazioni militari in Medio Oriente, sta facendo ritorno negli Stati Uniti dopo una missione che ha superato i duecentosessanta giorni, un periodo eccezionalmente lungo che ha messo a dura prova il morale e la salute mentale dei circa cinquemila marinai e marines a bordo.

Il protrarsi della permanenza in mare, ben oltre i termini inizialmente previsti e prolungata per esigenze operative legate al conflitto con l'Iran, ha innescato una serie di allarmi che hanno raggiunto le cronache e le aule del Congresso, mentre le dichiarazioni del presidente Donald Trump hanno finito per gettare ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche.

Condizioni al limite e un video che fa il giro del web

A scatenare la bufera è stata una combinazione di fattori: da un lato, le segnalazioni dei familiari dei militari, preoccupati per le condizioni di vita a bordo; dall'altro, la diffusione di un video virale girato da un marinaio a bordo della Lincoln, nel quale si vedono servizi igienici in stato di degrado avanzato, con acque reflue e sporcizia evidenti. «Guardate qui, tutti. È pazzesco. E non è nemmeno la cosa peggiore», si sente dire nel filmato, che ha offerto un crudo spaccato della quotidianità a bordo della nave.

Le denunce si sono moltiplicate: carenze di cibo e acqua, problemi agli impianti idraulici, difficoltà con le forniture di beni di prima necessità come sapone e dentifricio, e una crescente stanchezza fisica e psicologica tra l'equipaggio. In questo contesto, alcune testate giornalistiche hanno riferito di episodi in cui alcuni marinai avrebbero tentato di gettarsi in mare, un segnale drammatico dello stato di esaurimento che si sarebbe diffuso sulla nave.

Il senatore democratico Richard Blumenthal ha parlato di una missione che ha superato i duecento giorni consecutivi senza una sosta in porto, definendola un record per la Marina statunitense in epoca moderna e sollevando interrogativi sulla gestione delle risorse umane in teatri operativi complessi.

Le smentite della Marina e le parole del segretario ad interim

Di fronte allo tsunami di critiche, i vertici militari hanno cercato di arginare i danni, smentendo le ricostruzioni più drammatiche e parlando di disinformazione. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha respinto le notizie relative a un aumento dei casi di ideazione suicidaria o a presunti decessi a bordo, definendole «false».

Il segretario della Marina ad interim, Hung Cao, pur ammettendo le difficoltà operative, ha voluto sottolineare la resilienza e il successo della missione, parlando di un numero «esiguo» di casi di salute mentale trattati senza alcuna perdita di vite umane e di piani alimentari modificati quando non erano disponibili rifornimenti di prodotti freschi, assicurando che nessun pasto è stato saltato.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, da parte sua, ha bollato le ricostruzioni come «completamente travisate», assicurando che la Marina fornisce alle navi tutto il necessario, pur riconoscendo che alcune missioni possono durare più a lungo di altre. Tuttavia, queste rassicurazioni si sono scontrate con le testimonianze dirette delle famiglie e con la decisione, già programmata ma dai tempi sospetti, di inviare la portaerei USS George Washington a prendere il posto della Lincoln nella regione.

La reazione glaciale di Trump: «Otto mesi non sono abbastanza»

Il momento di maggiore tensione, però, è arrivato con le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha gelato le famiglie dei militari e infiammato il dibattito politico. Interrogato dai giornalisti sulle preoccupazioni per le condizioni dell'equipaggio e sul loro stato psicologico, Trump ha risposto con una secca smentita: «Non sono preoccupati».

Ma è stato il seguito a far discutere: quando gli è stato chiesto se otto mesi e mezzo in mare fossero troppi, il presidente ha ribattuto che quel periodo «non è neanche lontanamente abbastanza», aggiungendo che, semmai, i dispiegamenti delle forze statunitensi in Iran non sono mai abbastanza lunghi. Una frase che ha provocato un coro di critiche, apparendo come una pericolosa spersonalizzazione del sacrificio umano dei militari, ridotti a pedine di una strategia di potenza senza un orizzonte temporale definito.

La risposta di Trump sembra aver chiuso ogni spiraglio di dialogo con i parenti dei marinai, trasformando un problema di logistica e di salute mentale in una questione di volontà politica, in cui le esigenze della missione vengono anteposte a qualsiasi considerazione sul benessere dell'equipaggio.

Un cambio della guardia che solleva interrogativi

Mentre le parole del presidente fanno il giro del mondo, la macchina militare si sta muovendo per attuare il ricambio: la USS George Washington, reduce da una sosta in Vietnam, è già in rotta verso il Medio Oriente per subentrare alla Lincoln. La sostituizione, sebbene definita dai funzionari come un piano di rotazione precedentemente programmato, arriva nel momento più delicato e rischia di essere letta come una presa d'atto, da parte del Pentagono, di una situazione diventata insostenibile.

Il caso della Lincoln, dopo quello della portaerei Ford che aveva concluso una missione di oltre trecento giorni con i bagni intasati dai marinai come forma di protesta silenziosa, sta mettendo in luce un problema strutturale per la Marina americana: l'eccessiva durata delle missioni, dettata da un numero ridotto di portaerei operative e da un impegno militare globale in costante crescita.

Un problema che i vertici politici, a partire da Trump, sembrano voler ignorare, preferendo enfatizzare la resilienza dei militari piuttosto che affrontare il costo umano delle loro scelte strategiche.

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