Il Giro d’Italia perde Moschetti dopo la caduta in Bulgaria; tra Seixas e Magnier la Francia scopre un altro talento
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Redazione Sport
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Sono bastati pochi chilometri del Giro d’Italia 2026, quello che per la prima volta nella sua storia – o quasi – ha preso il via dalla Bulgaria per omaggiare la passione di una terra non certo abituata alle grandi imprese su due ruote, per registrare il primo, doloroso stop tra i professionisti. Se la cronaca della prima frazione, quella che ha incoronato il transalpino Paul Magnier consegnandolo al firmamento dei velocisti, era sembrata una semplice formalità per gli addetti ai lavori, il giorno successivo ha portato con sé la doccia fredda di un verdetto medico inappellabile. Matteo Moschetti, il classe ’96 di Robecco sul Naviglio in forza alla Pinarello Q36.5, è stato infatti costretto ad alzare bandiera bianca: la maxi-caduta che a 600 metri dal traguardo di Burgas aveva sconquassato il plotone, nella quale era rimasto coinvolto insieme a una ventina di altri corridori, gli è valsa una commozione cerebrale che, sebbene lieve nei sintomi, ne ha impedito la ripartenza.
Il calvario di Moschetti e il verdetto del protocollo Uci
La dinamica dell’incidente, verificatosi nel vivo della volata che aveva visto Magnier prevalere in una volata ristretta, aveva subito destato preoccupazione per le condizioni di alcuni atleti rimasti a terra. Moschetti, nonostante fosse riuscito a scollinare il traguardo con le sue gambe, ha evidenziato i classici segnali post-traumatici al termine delle verifiche di rito. Ed è qui che entra in gioco la severità, per quanto sacrosanta, delle normative vigenti: in accordo con il protocollo medico fissato dall’Unione Ciclistica Internazionale, la squadra non ha avuto altra scelta che mettere la salute dell’atleta davanti a ogni altra ambizione sportiva. Un verdetto, questo, che trasforma Moschetti nel primo nome dell’elenco dei ritirati di questa 109esima edizione.
Tutt’altra musica, invece, per gli altri attori principali di quella caduta. Dylan Groenewegen, il potente sprinter della Unibet Rockets, aveva chiuso la tappa con la consapevolezza di avere le gambe giuste per giocarsi il bottino nei prossimi arrivi in pianura; e ieri sera il suo team ha ufficializzato la sua piena idoneità a proseguire la corsa, così come per gli altri caduti come Erlend Blikra e Kaden Groves, ridotti a vivere con abrasioni ed ematomi. Per Moschetti, tuttavia, il Giro si chiude qui, prima ancora di aver potuto assaporare le strade interne della Bulgaria o quelle, ben più iconiche, della penisola.
La festa rosa in una Bulgaria senza tradizione
Se il risvolto medico getta un’ombra sulla spedizione italiana, lo scenario generale in cui si è svolta questa prima parte di gara conserva un fascino particolare. Che il Giro d’Italia faccia “gol in trasferta” non è certo una novità: ormai, come del resto accade per il Tour e per la Vuelta, l’export dell’eccellenza ciclistica è una prassi consolidata per svecchiare il calendario e aprire il cuore del movimento a nuovi orizzonti. Eppure, la risposta della Bulgaria ha sorpreso anche i più fiduciosi. Non tanto per l’affluenza, che è stata massiccia, quanto per la qualità del calore ricevuto. La carovana rosa ha sfilato tra Nessebar e Burgas in un’atmosfera di festa totale, un abbraccio collettivo che stride con la scarsa tradizione ciclistica locale (anzi, quasi inesistente).
Il gruppo, intanto, si prepara ad affrontare la seconda frazione, un tracciato di 221 chilometri che da Burgas condurrà i sopravvissuti fino a Veliko Tarnovo. Una tappa che, sulla carta, si annuncia molto più accidentata della prima: tre gran premi della montagna di terza categoria punteggiano il percorso, con l’insidia più calda rappresentata dalla salita del Monastero di Lijaskovec, i cui pendenze fino al 14% potrebbero selezionare il gruppo ben prima dell’arrivo. E per rendere il quadro ancora più insidioso, ci si mette anche il meteo: le previsioni parlano di pioggia attesa a partire dal pomeriggio, proprio nella fase più calda e decisiva della tappa.
Proprio nel momento in cui la corsa perde un pezzo importante della sua velocità italiana, la ribalta si sposta sui giovani fenomeni del ciclismo mondiale. Se l’attenzione era già calamitata da qualche mese dal prodigioso spagnolo – quel Seixas capace di staccare il gruppo nelle battute iniziali di entrambe le prime frazioni, imitato oggi da Mirco Maestri – la vittoria di Magnier in Bulgaria suona come un avvertimento. La Francia, dopo avercoccolato e lanciato i suoi talenti nelle grandi classiche, sembra aver trovato in questo ragazzo l’erede ideale per le volate dei grandi giri. Per il Giro, che procede tra il dolore per l’addio di Moschetti e la scoperta di questi nuovi equilibri internazionali, la strada verso Roma è ancora lunghissima, disseminata di insidie e, come sempre, di sorprese imprevedibili.




