Petrolio, il crollo della domanda torna ai livelli del Covid e la guerra in Iran brucia 50 miliardi in 50 giorni
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Redazione Economia
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Il mercato energetico globale sta attraversando una fase di turbolenza che non si vedeva dai tempi del lockdown generalizzato del 2020, se è vero – come emerge dall’ultimo rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) – che la domanda mondiale di petrolio si appresta a subire una contrazione paragonabile a quella della pandemia. A differenza di allora, però, dove il crollo dei consumi era una conseguenza dell’arresto forzato delle economie, oggi il fenomeno assume i contorni di una vera e propria “distruzione della domanda” indotta dall’impennata dei prezzi: il greggio scarseggia a causa dei blocchi e, paradossalmente, è proprio questa scarsità a renderlo così carico da azzerare la voglia di acquisto. I mercati, fiutando il pericolo, hanno già ridisegnato il loro posizionamento in attesa di capire se e quando la circolazione delle materie prime riprenderà realmente.
Hormuz, l’incognita dei tempi di riattivazione
Sul destino dei flussi nello Stretto di Hormuz, vitale per il transito di un quinto del petrolio mondiale, non c’è alcuna certezza operativa. La prospettiva più ottimistica prevede un graduale ritorno alla normalità, un processo che – secondo le parole di Fatih Birol, direttore esecutivo della Iea – potrebbe dispiegarsi nell’arco di sei mesi per quanto riguarda gli effetti più immediati, ma che per una riattivazione completa e strutturale delle infrastrutture richiederà almeno due anni. Questo lasso di tempo, enorme per i mercati finanziari, è dettato dalla portata dei danni fisici agli impianti: se i giacimenti in Kuwait e Iraq potrebbero tornare a regime in pochi mesi, le infrastrutture del Qatar – pesantemente danneggiate – avranno bisogno di anni per essere riparate.
Iran, la sottrazione di 500 milioni di barili
I numeri, del resto, restituiscono la portata di questa emorragia energetica, la più grave interruzione dell’offerta nella storia recente. Stando alle stime di Reuters elaborate sui dati di Kpler, il conflitto avviato 50 giorni fa da Usa e Israele ha di fatto rimosso dal mercato globale oltre 500 milioni di barili di petrolio e derivati, una mole di prodotto il cui controvalore sfiora i 50 miliardi di dollari. Per rendersi conto della cifra, basti pensare che si tratta di un quantitativo equivalente a undici giorni di consumi globali per il trasporto su strada, o a più di un mese intero di fabbisogno per l’intera Europa.
Danni alle infrastrutture e scenari di lungo periodo
La crisi, ormai conclamata, non è destinata a risolversi con un semplice cessate il fuoco. Le conseguenze durature sull’industria petrolifera sono già scritte nei macchinari distrutti e negli oleodotti silenziosi. Dallo scoppio delle ostilità, le perdite in termini di mancata produzione continuano ad accumularsi giorno dopo giorno, colpendo non solo il greggio leggero ma anche le capacità di raffinazione e il comparto del gas naturale liquefatto. Il sistema si regge ancora su riserve strategiche e su rotte alternative, come quella che bypassa Hormuz attraverso gli Emirati, ma si tratta di soluzioni tampone. L’attuale scenario, insomma, fotografa un’economia globale che impara a convivere con l’emergenza, consapevole che i danni subiti dagli impianti in Medio Oriente richiederanno cicli di investimento e tempi tecnici molto lunghi per essere riparati.




