L’estrema destra israeliana brinda alla forca: approvata la legge che estende la pena di morte ai palestinesi
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Redazione Esteri
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La scena, per quanto grottesca, restituisce con esattezza il clima politico che soffia dalla Knesset: Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale nonché emblema vivente dell’ala più oltranzista dell’esecutivo, ha brindato pubblicamente alla nuova norma, mentre dai ranghi dei suoi sostenitori si levava il grasso “Ora li impiccheremo tutti”. Il riferimento non era a una generica minaccia, ma al testo appena licenziato dall’aula parlamentare – 62 voti a favore contro 48 contrari – che amplia drasticamente i margini per mandare a morte i prigionieri palestinesi. Ecco, questa è la sostanza: non si tratta di un semplice inasprimento carcerario, bensì di una modifica organica al codice penale militare che di fatto legalizza la forca come opzione preferenziale, spazzando via quel garantismo formale che, almeno sulla carta, teneva in vita un tabù infranto solo nel lontano 1962 con il caso Eichmann.
A rendere il provvedimento ancora più scabroso – e giuridicamente imbarazzante per chiunque abbia a cuore il principio di uguaglianza – è la sua natura marcatamente discriminatoria. Perché la norma, come hanno rilevato diverse organizzazioni per i diritti umani, è stata cucita addosso a una sola porzione della popolazione sotto il controllo israeliano. I palestinesi, siano essi detenuti nei tribunali militari in Cisgiordania o imputati in territorio israeliano per “atti di terrorismo”, diventano i bersagli esclusivi di un apparato che non prevede l’applicazione della stessa sorte per gli israeliani che si macchiassero di reati analoghi. La ratio è tanto chiara quanto agghiacciante: esiste un diritto alla vita per chi appartiene al demos nazionale, mentre chi è considerato nemico, e cioè il popolo palestinese nella sua interezza, viene relegato a una condizione giuridica di minorità, esposto alla vendetta dello Stato più che alla sua giustizia.
L’architettura della morte: tribunali militari e tempi ridotti
L’impianto della nuova legge, che modifica la normativa preesistente sulla lotta al terrorismo, è stato studiato per rendere la condanna capitale non solo possibile, ma quasi automatica in determinati contesti. In Cisgiordania, per esempio, i tribunali militari – i quali già detengono il triste primato di una percentuale di condanne che supera il 99% per gli imputati palestinesi – sono ora autorizzati a infliggere la pena di morte per omicidio volontario, qualificato come terroristico, senza che l’accusa debba nemmeno richiederla formalmente. E non basta: il condannato non ha diritto alla grazia, e l’esecuzione deve avvenire entro novanta giorni dalla sentenza definitiva. Una tempistica serrata, questa, che non lascia spazio a ripensamenti né a eventuali ricorsi internazionali, trasformando la cella di detenzione in un braccio della morte improvvisato.
Dall’altra parte, e cioè all’interno dei confini israeliani veri e propri e a Gerusalemme Est, il meccanismo cambia leggermente forma ma non sostanza. Qui i tribunali civili possono comminare la pena capitale a chiunque venga riconosciuto colpevole di aver ucciso una persona “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Come notano gli osservatori, si tratta di una clausola ideologica che non nomina mai apertamente i palestinesi, ma che è stata scritta con una penna così precisa da escludere qualsiasi altra applicazione pratica. Non è un caso, del resto, che la destra religiosa abbia festeggiato: la legge porta la firma ideale di Ben Gvir e del suo partito Otzma Yehudit, da sempre fautori di una politica del “pugno di ferro” che sostituisce la deterrenza con la punizione assoluta, il diritto con la rivalsa.
Napoli e la mobilitazione: duecento in piazza contro la deroga ai diritti
Mentre a Gerusalemme i deputati e i ministri si scambiavano pacche sulle spalle, a Napoli la scena era radicalmente diversa. Circa duecento persone, tra cui molti giovani, hanno invaso il centro cittadino partendo da largo Berlinguer fino a raggiungere la prefettura, esponendo bandiere palestinesi e cartelli di forte condanna per la piega presa dagli eventi. La manifestazione, organizzata dalla “Rete Napoli per la Palestina”, non ha registrato incidenti di rilievo ma ha avuto il merito di riportare l’attenzione su un tema che rischia di essere oscurato dalla saturazione mediatica dei conflitti. I partecipanti hanno ricordato i nomi e i numeri di quanti, tra i civili palestinesi, hanno perso la vita non solo sotto le bombe ma anche dentro le aule dei tribunali militari, chiedendo a gran voce un intervento che però, per il momento, tarda ad arrivare.
È interessante notare come la mobilitazione partenopea abbia assunto i tratti di una protesta trasversale, dove non sono scesi in piazza solo gli attivisti storici, ma anche semplici cittadini spaventati da quello che considerano un pericoloso precedente. Perché il messaggio lanciato dai manifestanti era chiaro: se uno Stato democratico – o che tale si definisce – introduce la pena di morte su basi etnico-nazionali, allora il diritto internazionale viene meno in uno dei suoi capisaldi, e il rischio è che altri Paesi seguano l’esempio. La legge sulla pena capitale in Israele non è quindi un affare locale, ma un tornante per l’intera comunità dei diritti umani, anche se in questo articolo evitiamo volutamente di trarre conclusioni che spetteranno ai giudici e alla storia.
Tra apartheid giudiziario e farsa politica: l’assenza di garanzie
L’aspetto forse più disturbante della nuova architettura normativa è rappresentato dall’assenza totale di meccanismi di clemenza. Chi viene condannato a morte in base a questo emendamento non potrà fare affidamento su alcuna grazia presidenziale o governativa, una caratteristica che, secondo Amnesty International, rende il testo israeliano uno dei più estremi al mondo tra quelli che prevedono la pena capitale. Non solo: nei tribunali militari, dove la maggior parte dei palestinesi viene processata, le prove raccolte sotto tortura o attraverso interrogatori vessatori – prassi purtroppo documentata da anni – continuano a essere considerate valide. È un meccanismo perfetto, se si vuole punire a ogni costo; è una macchina ingolfata e ingiusta, se si crede ancora nella separazione dei poteri.
Inoltre, il voto favorevole del premier Netanyahu – il cui nome figura tra i 62 sì – ha definitivamente sancito l’alleanza strutturale tra il Likud e le frange kahaniste, un matrimonio di convenienza che negli ultimi mesi aveva già mostrato segni di cedimento ma che su questo punto specifico ha trovato una sintesi sanguinosa. Di fronte a questa deriva, le reazioni europee non si sono fatte attendere: i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno rilasciato dichiarazioni di preoccupazione, definendo la pena di morte “una punizione disumana e degradante”. Eppure, al di là delle parole, non è ancora partita alcuna sanzione economica o politica concreta, un silenzio che alcuni interpretano come una resa dell’Occidente di fronte all’eccezionalismo israeliano.
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