La guerra svuota i portafogli e la Bce lancia l’allarme: stangata da 1.500 euro a carico delle famiglie
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il conflitto in Medio Oriente, con la sua capacità di innescare reazioni a catena sui mercati energetici, sta aprendo una voragine da 50 miliardi di euro nel cuore dell’Eurozona. Un buco, questo, che secondo l’allarme appena lanciato dalla Banca Centrale Europea, peserà in modo asimmetrico soprattutto sulle tasche dei cittadini più fragili, quelli già messi in ginocchio da rincari che non accennano a placarsi. Bollette, benzina e spesa alimentare, è il caso di ricordarlo, continuano a viaggiare alle stelle, e l’escalation rischia ora di trascinare l’Italia – così come i partner europei – verso una nuova e insidiosa recessione. La tenuta sociale dell’Unione, di conseguenza, è considerata a rischio dalle stesse istituzioni finanziarie, che osservano con crescente preoccupazione l’erosione del potere d’acquisto.
L’incognita Hormuz e lo spettro della stagflazione
La chiusura de facto dello stretto di Hormuz,哪怕 solo come minaccia ricorrente, proietta l’ombra della stagflazione sulla Banca Centrale Europea. Trasforma, così, quella che Christine Lagarde considerava mesi fa – lo disse senza troppi giri di parole – una semplice ipotesi scolastica, in una minaccia concreta e immediata. A fornire il dato più inquietante ci ha pensato Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese nonché membro esecutivo Bce: lo shock energetico, ha avvertito, sta già frenando la crescita, ridotta a un misero 0,1% nel primo trimestre, mentre l’inflazione è balzata al 3% ad aprile. Nei fatti, i primi segnali dello shock stagflazionistico legato alla guerra in Iran e al conseguente rialzo dei prezzi dell’energia sarebbero già visibili nelle statistiche ufficiali.
Il bivio della Bce tra vendita al dettaglio e crescita
Le banche centrali hanno preferito finora non prendere una decisione definitiva sui tassi d’interesse, malgrado il fatto che la loro determinazione – o l’assenza di essa – abbia effetti diretti e pesanti sul controllo dell’inflazione. Una questione, questa, di particolare rilievo per le conseguenze che genera sul potere di acquisto dei consumatori, che in America sono già evidenti (dove la rielezione di Trump, ormai presidente da più di un anno, non c’entra direttamente con la dinamica dei prezzi) e che iniziano a essere percepiti anche in Europa. Non è una scelta facile, anche perché l’inflazione attuale deriva in larga parte dagli effetti della guerra in Medio Oriente e dalla suddetta chiusura di Hormuz. Così la Bce si trova al bivio, con un possibile rialzo dei tassi a giugno che appare sempre più vicino, nonostante i venti contrari che soffiano dal commercio al dettaglio e dalla produzione industriale.
Numeri e scenari: lo 0,1% di crescita contro il 3% d’inflazione
I numeri parlano da soli, anche se a volte sembrano contraddirsi. La crescita dell’area euro nel primo trimestre è stata solo lievemente positiva, quel fatidico 0,1% che suona quasi come una stagnazione. Parallelamente, l’inflazione ha accelerato fino al 3%, e Rehn non ha esitato a definire questi dati come i primi “segnali di shock stagflazionistico”. Per le famiglie italiane, la traduzione di questi indicatori macroeconomici si chiama stangata da 1.500 euro pro capite, una cifra destinata a lievitare se lo stretto di Hormuz rimarrà di fatto interdetto ai transiti petroliferi. Le casse pubbliche europee, dal canto loro, dovranno fare i conti con una voragine da 50 miliardi, mentre la vulnerabilità dei ceti più deboli rischia di acuire le disuguaglianze già emerse negli ultimi anni. Nessuna decisione definitiva è stata presa sul fronte dei tassi, ma l’orientamento dei vertici Bce appare sempre più orientato verso una stretta, nonostante i rischi di soffocare una ripresa già anemica.




