Garlasco, il patto oscuro del “film” e quei ventuno indizi che riscrivono la notte di Chiara
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Redazione Interno
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L’avvocato Francesco Compagna, che con Gian Luigi Tizzoni rappresenta la famiglia Poggi, non usa giri di parole nell’intervista rilasciata a La Stampa, consegnando al dibattito giudiziario una previsione tanto lucida quanto amarissima: il destino di Andrea Sempio, se mai arriverà a processo, sarà quello di venire “assolto, ma distrutto”. Una formula, questa, che pesa come un macigno sul nuovo impianto accusatorio della Procura di Pavia, quel “film” – come lo definisce lo stesso legale – che i magistrati avrebbero costruito attorno alla figura del 38enne, oggi indagato per l’omicidio della giovane ricercatrice, avvenuto il 13 agosto 2007. Il riferimento alla settima arte non è casuale né tantomeno una boutade retorica; con essa, Compagna intende smontare la narrazione dell’accusa, suggerendo che la regia investigativa, lungi dal cercare una verità oggettiva, fosse orientata a trovare un colpevole alternativo a tutti i costi, prescindendo – a suo dire – dai “dati di realtà”. E, in effetti, nel merito, il legale dei Poggi tiene a ribadire un concetto che per i suoi assistiti è una pietra angolare: la condanna definitiva di Alberto Stasi (condannato in via definitiva a sedici anni) rimane “insuperabile”, poiché gli indizi raccolti in questa nuova stagione processuale, lungi dal confutare il verdetto precedente, ne uscirebbero addirittura “rafforzati”.
I ventuno cerchi dell’inferno accusatorio
L’architrave dell’inchiesta bis poggia su ventuno elementi, catalogati minutamente dalla Procura, che tentano di inchiodare Andrea Sempio alla scena del crimine con una precisione quasi matematica. Non si tratta più, come accadde nel 2016 quando le indagini si arenarono in un’archiviazione, di semplici sospetti; questa volta i pubblici ministeri parlano di “convergenza assoluta”. Tra i punti più gravi spicca la questione genetica: il Dna rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi, quello stesso materiale biologico che fece discutere per anni, sarebbe non solo “compatibile” con il profilo di Sempio, ma “incompatibile” con quello di Stasi e di qualsiasi altro membro maschile della famiglia della vittima. Accanto a questa prova biologica, che la difesa di Sempio liquida come traccia “infinitesimale” e artefatta dalle amplificazioni di laboratorio, c’è la celebre impronta palmare numero 33. Rinvenuta sulla parete delle scale che conducono al seminterrato – dove giaceva il senza vita della ragazza – secondo i consulenti della Procura quella traccia sarebbe stata impressa da una mano “bagnata” e non semplicemente sudata, un dettaglio tecnico che diventa cruciale per fissare la presenza di Sempio nell’esatto momento in cui il sangue era ancora fluido sulla scena.
Le ombre sulla scena e i soliloqui della pen drive
Tra gli elementi psicologici e comportamentali elencati dagli inquirenti, emerge la figura di un uomo ossessionato dalle dinamiche della violenza. Le intercettazioni ambientali, captate da una microspia piazzata nella sua auto, restituiscono il ritratto di un individuo – secondo l’accusa – frustrato dai rifiuti giovanili. In uno di questi soliloqui, Sempio pronuncia parole agghiaccianti in cui menziona un video privato della coppia, parlando di averlo custodito “dentro la penna”. È proprio da quel video intimo – che Chiara aveva realizzato con Alberto Stasi – che la Procura fa scaturire il movente del delitto: l’ossessione morbosa per quelle immagini, unita al “rifiuto di un approccio sessuale” che la giovane gli avrebbe opposto nei giorni precedenti il delitto, avrebbe innescato la reazione omicida.
Non meno rilevanti sono le discrasie temporali e spaziali. I pm contestano a Sempio di essere tornato sulla scena del crimine per ben due volte dopo l’assassinio, un comportamento che stride con quello di un semplice curioso e che viene letto come una “tornata sul posto” tipica della criminalistica. Inoltre, gli inquirenti hanno ricostruito i suoi spostamenti della mattina del 13 agosto 2007, sostenendo che – contrariamente a quanto dichiarato – l’indagato non avrebbe un alibi solido, avendo avuto “tutto il tempo” materiale per recarsi in via Pascoli, uccidere e poi allontanarsi, prima di ricomparire in zona nel pomeriggio, passando in auto davanti alla villetta in un tragitto definito “palesemente inverosimile” perché non era affatto sulla sua strada.
Il lungo braccio di ferro sulla revisione
Mentre l’ago della bilancia giudiziaria oscilla, la partita vera si gioca sullo sfondo della Corte d’Appello di Brescia, dove aleggia lo spettro della revisione del processo per Alberto Stasi. La Procura generale di Milano ha infatti ricevuto una memoria sa, circa cento pagine, che riassume le novità investigative. E qui il quadro si fa paradossale: se da un lato l’avvocato Compagna dice di non vedere elementi tali da scalfire la sentenza passata in giudicato, dall’altro lato i consulenti della stessa Procura di Pavia hanno recentemente demolito uno dei cardini della condanna di Stasi. Le impronte delle scarpe insanguinate, quel famoso numero 42 con suola Frau che per anni è stato considerato una prova regina contro l’ex fidanzato, sono state rivalutate. I nuovi accertamenti, condotti con tecnologie laser scanner tridimensionali, escludono con certezza quella attribuzione; non è possibile determinare né la marca né la taglia della calzatura dell’assassino, spazzando via una delle certezze che avevano portato Stasi dietro le sbarre. Un colpo di scena tecnico che i legali di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, definiscono “stratosterico”, annunciando una richiesta di revisione imminente.
Il video intimo e lo strappo in famiglia Poggi
Ma l’elemento che forse più di tutti avvelena il clima e complica la ricostruzione dei fatti viene dall’analisi delle conversazioni captate all’interno della stessa famiglia della vittima. Dai verbali delle intercettazioni, che hanno incluso anche i genitori di Chiara, Rita Preda e Giuseppe Poggi, emerge un dato inedito e disturbante: la consapevolezza dell’esistenza del video intimo. In particolare, l’attenzione si concentra su Marco Poggi, fratello della vittima e amico di infanzia proprio di Andrea Sempio. Gli inquirenti hanno rilevato “evidenti discrasie” tra le sue deposizioni del 2007 – in cui sembrava perfettamente al corrente del filmato privato e della sua esistenza su un computer di casa – e quelle del 2025, dove ha tentato di minimizzare o negare di aver mai visto quelle immagini. I carabinieri del Racis parlano apertamente di un atteggiamento “oppositivo” e di una “costante difesa d’ufficio” di Sempio da parte di Marco, un comportamento che getta un’ombra lunga sulle dinamiche familiari e sulla genuinità delle informazioni fornite alla giustizia in questi diciannove anni. Non sfugge, infine, la posizione delicatissima dell’ex capitano Gennaro Cassese, che guidò le prime indagini del 2007 e che oggi si ritrova indagato per false informazioni al pm, proprio in relazione ai verbali di Sempio. Un cortocircuito investigativo che rischia di minare dalla base la credibilità delle rilevazioni originarie, mentre il 38enne attende l’epilogo di questo “film” giudiziario che, qualunque sia il verdetto, sembra aver già condannato la sua esistenza pubblica alla macerazione mediatica.




