I falchi iraniani contro la linea del dialogo: il sabotaggio delle petroliere e il rebus sulla successione di Khamenei
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Redazione Esteri
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A inizio estate, tre petroliere in transito verso le coste omanite sono state colpite da attacchi attribuiti ai pasdaran. Tra le navi danneggiate figurava anche un'unità del Qatar. L'azione è avvenuta mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si trovava in Iraq per una visita ufficiale e, secondo fonti citate dal New York Times, il capo dello Stato sarebbe stato colto di sorpresa dalla notizia dello strike.
La dinamica descritta dalle fonti del quotidiano statunitense delinea un quadro in cui l'iniziativa militare avrebbe scavalcato la volontà della leadership politica, vanificando di fatto il cessate il fuoco firmato a giugno e innescando la risposta militare degli Stati Uniti.
Il vertice mancato e il nodo dello Stretto di Hormuz
Il contesto in cui maturano questi episodi è quello di una crisi diplomatica consumata nel giro di poche settimane. L'incontro che iraniani, sauditi ed emiri del Golfo avevano annunciato per il 14 settembre a Salalah, in Oman, non si è tenuto: il ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi ha comunicato il rinvio a data da destinarsi, spiegando che la decisione è stata presa per creare le condizioni di un dialogo costruttivo.
La località scelta non era casuale, essendo da decenni uno dei pochi terreni neutri in cui Teheran e le monarchie del Golfo hanno potuto parlarsi, ma nemmeno la tradizione mediatrice di Mascate ha retto davanti alla frattura sulle regole di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il nodo è di quelli che non ammettono soluzioni interlocutorie. L'Iran rivendica il diritto esclusivo di gestire il passaggio, subordinando la navigazione a un sistema di autorizzazioni e a un meccanismo di tariffe per il transito. La controparte statunitense e le monarchie del Golfo contestano questa interpretazione, sostenendo che l'intesa di giugno non contemplava alcun diritto esclusivo di gestione da parte di Teheran.
Ne è derivato uno stallo che ha conseguenze dirette sui mercati: il Brent ha superato la soglia dei cento dollari al barile, mentre il traffico nello Stretto è crollato a sei navi in una sola giornata, il volume più basso in cinque settimane.
La partita interna e il ruolo di Khamenei jr
Sullo sfondo delle manovre militari e diplomatiche, la partita per il controllo dell'apparato iraniano resta aperta e ruota attorno alla figura del nuovo leader supremo. Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, è stato indicato come successore al vertice della Repubblica islamica, ma il suo ruolo effettivo rimane oggetto di valutazioni discordanti.
Fonti di Teheran citate dalla Cnn descrivono una Guida Suprema sostanzialmente fuori gioco, costretta a operare nell'ombra per timore di attentati o perché incapace di governare dopo le ferite riportate nell'attacco in cui perse la vita il padre.
I falchi del regime guardano con sospetto crescente alla triade composta da Pezeshkian, dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, considerata responsabile di un presunto 'golpe bianco' volto a consolidare il proprio potere e a gestire l'apertura verso Washington senza sottostare agli ordini del nuovo leader. La frattura non è solo di vertice: gli ultraconservatori hanno tratto forza dalle manifestazioni di piazza e dalle accuse di tradimento rivolte ai negoziatori.
L'ascesa di figure come il generale Ahmad Vahidi, comandante in capo dei pasdaran e tra i più strenui oppositori di qualsiasi compromesso con gli Stati Uniti, indica che il baricentro del potere reale si è spostato verso l'apparato di sicurezza.
L'attacco alle petroliere e la risposta statunitense
L'offensiva contro le navi commerciali ha avuto un effetto immediato sulla tenuta dell'intesa. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha rivendicato la chiusura dello Stretto dopo che una nave è stata colpita mentre percorreva una rotta non autorizzata. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha contestato la rivendicazione, sostenendo che il traffico commerciale è proseguito nonostante il calo dei transiti.
La risposta americana non si è limitata alle dichiarazioni: sono stati condotti raid sulle coste iraniane e revocato l'ordine esecutivo che esentava l'Iran dalle sanzioni sul petrolio.
Il quadro che emerge dalle settimane successive è quello di una crisi che si è estesa a macchia d'olio in tutto il Golfo. L'IRGC ha rivendicato attacchi contro asset militari statunitensi in Giordania, Bahrein, Kuwait, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti, mentre diversi Paesi hanno segnalato incidenti e respinto le versioni iraniane.
Il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta americana, ha escluso la propria partecipazione a qualsiasi incontro collettivo con Teheran prima del ripristino delle relazioni diplomatiche, chiedendo che ogni accordo sullo Stretto si basi sul diritto internazionale e garantisca il passaggio senza discriminazioni né autorizzazioni.
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