Prestiti alle famiglie italiane, rialzo a 604 miliardi nel 2025 ma i tassi restano più alti della media europea
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Redazione Economia
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L’esposizione finanziaria delle famiglie italiane ha superato la soglia dei 604 miliardi di euro nel corso del 2025, segnando un incremento di 23,3 miliardi rispetto all’anno precedente, una crescita pari al 4% che testimonia una ripresa della domanda di credito, seppur trainata da motivazioni profondamente diverse a seconda dell’area geografica e della condizione sociale dei richiedenti. Dall’analisi condotta dalla Fabi, la Federazione Autonoma Bancari Italiani, emerge infatti un quadro nazionale spaccato in due: da un lato i mutui, che rivelano una capacità di programmazione finanziaria ancora solida in alcune aree del Paese, dall’altro il credito al consumo, il cui aumento, superiore ai 5,3 miliardi, riflette invece la difficoltà di numerosi nuclei familiari, costretti a ricorrere al debito per far fronte alle spese correnti e a un costo della vita che non accenna a diminuire.
La Lombardia guida la classifica dei prestiti, ma il Mezzogiorno accelera
La fotografia scattata dal sindacato bancario evidenzia dinamiche regionali marcatamente differenziate, con la Lombardia che si conferma in testa alla classifica per stock di prestiti, attestandosi a 136,3 miliardi di euro, grazie a un aumento di 4,32 miliardi che, pur rappresentando una crescita percentuale del 3,3% – leggermente inferiore alla media nazionale – costituisce il contributo più rilevante in valore assoluto all’incremento complessivo, segnalando, secondo gli analisti, una domanda ancora robusta di finanziamenti a medio-lungo termine, verosimilmente legata al comparto immobiliare. Subito dopo troviamo il Lazio con 73,6 miliardi e un aumento più contenuto del 2%, seguito dal Veneto, che con 53,5 miliardi segna un +3,4%, e dall’Emilia-Romagna, che raggiunge i 52,1 miliardi crescendo del 3,5%. Se il Nord continua a detenere la parte del leone in termini di volumi assoluti, è però nel Mezzogiorno che si registrano le performance più vivaci in termini relativi, con la Puglia che, forte di un aumento del 4,5% nel settore dei soli mutui, si posiziona al primo posto nella graduatoria nazionale per crescita percentuale, consolidando una massa creditizia di 18,2 miliardi e dimostrando che la ripresa del credito, pur partendo da basi più basse, sta interessando anche le regioni meridionali con un'intensità superiore alla media.
Il costo del denaro penalizza i mutuatari italiani
Nonostante la Banca Centrale Europea abbia avviato una fase di allentamento della politica monetaria, con tagli ai tassi di riferimento che hanno portato il tasso sui depositi al 2%, le famiglie italiane continuano a scontare un costo del credito significativamente più elevato rispetto alla media dell'Eurozona, un paradosso che incide pesantemente sui bilanci domestici. A inizio 2026, il tasso medio praticato in Italia per i mutui casa si attesta al 3,55%, una cifra superiore al 3,23% della media europea e ben lontana dal 2,49% della Spagna, che si conferma il mercato più virtuoso, mentre la Francia segue con il 3,06%. Solo la Germania, con il 3,84%, presenta tassi peggiori dei nostri, ma il confronto con altri partner europei come il Portogallo, dove il tasso medio è inferiore di 21 punti base, o il Belgio e i Paesi Bassi, rende l'idea dello svantaggio competitivo delle famiglie italiane, costrette a sostenere rate più onerose a parità di importo finanziato.
Un divario che si allarga sul fronte del credito al consumo
Se per i mutui immobiliari il differenziale con l'Europa è già marcato, è però sul fronte del credito al consumo che la forbice diventa un vero e proprio baratro, con il Taeg, il Tasso Annuo Effettivo Globale, che in Italia vola all'8,11%, un valore che supera ampiamente la media europea del 7,51% e che colloca il nostro Paese stabilmente tra quelli con il credito più caro per chi necessita di liquidità o finanziamenti per beni durevoli. Questa disparità, che emerge con chiarezza dall'ultimo rapporto Fabi, assume contorni ancora più preoccupanti se si considera che, al netto della flessione generale dei tassi decisa dalla Bce, il costo del denaro per i consumatori italiani non ha subito la stessa flessione registrata altrove, mantenendo un differenziale negativo che, di fatto, vanifica parte degli effetti espansivi della politica monetaria europea, trasformando un problema macroeconomico in una difficoltà quotidiana per milioni di famiglie.




