Odissea, tra polemiche e successo: il kolossal di Nolan che fa riesplodere i classici
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L'onda lunga dell'Odissea di Christopher Nolan non si arresta al botteghino. Il kolossal che ha portato l'epopea omerica sul grande schermo con un budget di 250 milioni di dollari e un cast stellare sta infatti innescando un effetto a catena che si riverbera ben oltre le sale cinematografiche, investendo in pieno il mondo dell'editoria e riaccendendo i riflettori su alcune delle questioni più controverse legate alla trasposizione del mito.
A distanza di pochi giorni dall'uscita nelle sale italiane, prevista per il 16 luglio, il film si conferma un fenomeno culturale capace di dividere critica e pubblico, alimentando un dibattito che spazia dalla fedeltà storica dei costumi fino al significato più profondo del nostos, il ritorno a casa che è il cuore pulsante del poema.
La febbre dell'Odissea in libreria
Uno degli effetti più sorprendenti dell'operazione nolaniana è la riscoperta del testo originale e dei classici greci da parte del grande pubblico. Come testimoniato dalle librerie, e in particolare da quelle piacentine interpellate dalla stampa locale, l'interesse per Omero e i miti greci ha subito un'impennata vertiginosa. I testi dell'Iliade e dell'Odissea vanno a ruba, così come i saggi critici e le rivisitazioni moderne, con le vetrine dei negozi dedicate interamente all'eroe polytropos, l'uomo dal multiforme ingegno.
Questo fenomeno non si limita ai soli poemi omerici: la narrativa contemporanea trae beneficio da questa ondata di entusiasmo, con i finalisti del Premio Strega come Mari, Nucci, Parrella e Leupi che registrano un incremento delle vendite, affiancati dai gialli, genere immancabile nelle valigie degli italiani, e dalle ultime novità editoriali come gli inediti di Roth e Carrère.
La polvere e il mito: i costumi di Ellen Mirojnick
Al centro del dibattito che ha preceduto e accompagnato l'uscita del film ci sono i costumi, firmati da Ellen Mirojnick, costumista americana con oltre cinquant'anni di carriera e una candidatura all'Oscar per Oppenheimer. La sfida per Nolan era chiara: evitare l'immaginario stereotipato del peplum hollywoodiano, quelle armature lucenti e tuniche immacolate che per decenni hanno raccontato l'antica Grecia, per abbracciare invece un'estetica "senza tempo".
Mirojnick ha costruito il guardaroba partendo dall'età del Bronzo micenea, studiando materiali come il lino, la pelle e il bronzo, con l'obiettivo di mostrare come questi si deteriorano con il tempo, il sale e la guerra. Ne è nata una cifra stilistica volutamente "povera" e consumata, che ha suscitato reazioni contrastanti. Storici e archeologi hanno sollevato polemiche sull'anacronismo di alcuni elementi, come l'elmo corinzio con pennacchio rosso indossato da Matt Damon nel ruolo di Ulisse, mentre il pubblico ha dibattuto a lungo sulla scelta di renderlo simile al costume di Batman.
Mirojnick ha difeso la sua visione, spiegando che l'intento non era la ricostruzione filologica, ma la creazione di un linguaggio visivo che parlasse al presente: "Non stavamo cercando un periodo storico, ma un periodo senza tempo" ha dichiarato, e le sue parole trovano eco nella scelta di materiali ossidati e colori simbolici, come la spina dorsale d'oro di Agamennone, che non è mai esistita ma che conferisce teatralità a un personaggio che ne ha bisogno.
Oltre i costumi: un racconto epico e psicologico
Le scelte estetiche di Mirojnick non sono che un tassello della più ampia visione di Nolan, che ha costruito un film girato interamente in pellicola IMAX 70 millimetri e in luoghi reali, dalla Sicilia, dove ha "sentito Omero" a Favignana, fino alle coste scozzesi e al Marocco, per inseguire l'autenticità di un mondo antico e lontano.
Il regista ha rivelato di essersi ispirato a Sergio Leone per la tensione sospesa del ritorno e a Pasolini per la sua capacità di tenere insieme il dettaglio intimo e la dimensione epica, e ha spiegato il suo approccio al poema come un'operazione di lettura e rilettura, affidandosi alla memoria per scrivere una sceneggiatura che non fosse una pedissequa trasposizione ma un attraversamento del testo.
Matteo Nucci, autore del saggio "Le lacrime degli eroi", recentemente tornato alla ribalta, ha offerto una chiave di lettura che ben si sposa con l'interpretazione nolaniana: l'eroe omerico, da Achille a Odisseo, non teme di mostrarsi in lacrime, perché il pianto non è segno di debolezza, ma un atto di coraggio che rivela la piena umanità e consapevolezza della propria mortalità.
In un'epoca, come quella contemporanea, che spesso associa le lacrime alla fragilità, riportare al centro della narrazione un eroe che piange, che soffre e che lotta contro i propri traumi, come testimoniato da un veterano di guerra che ha definito l'Odissea il testo più accurato sullo stress post-traumatico, rappresenta forse la vera, grande sfida vinta da Nolan.
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