Il franco svizzero tocca quota 0,90 contro euro, bene rifugio per eccellenza mentre il petrolio vola

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La valuta elvetica, in un contesto di turbolenze internazionali che pochi ricordavano dai tempi della pandemia, continua imperterrita la sua corsa al rialzo confermandosi, ancora una volta e in maniera forse persino più netta del solito, il bene rifugio per antonomasia per gli investitori di tutto il mondo. L’acuirsi del conflitto in Medio Oriente, con il decimo giorno di guerra che ha visto attacchi incrociati e una escalation della tensione che non accenna a diminuire, sta riscrivendo le regole dei mercati finanziari globali e il franco, in questo scenario, ne esce come uno dei pochi vincitori. Nella mattinata di oggi, lunedì 9 marzo, il cambio euro-franco è scivolato brevemente sotto la soglia psicologica dello 0,90, toccando quota 0,89945, un livello che, se si escludono le convulsioni del gennaio 2015 quando la Banca Nazionale Svizzera abolì il cambio minimo con l’euro, rappresenta di fatto un minimo storico per la moneta unica. Gli operatori, di fronte alle incertezze che provengono dall’area del Golfo, preferiscono ripiegare su piazzole di sicurezza e il franco, insieme al dollaro, ne trae beneficio.

Un’escalation che infiamma il greggio e ridisegna le mappe valutarie

Il vero motore di questa turbolenza, e che sta agendo da propulsore per la valuta svizzera, è il prezzo del petrolio, letteralmente schizzato verso l’alto dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi subiti dalle infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo. Il Brent, il greggio di riferimento per l’Europa, ha superato abbondantemente la soglia dei 110 dollari al barile, toccando punte del 116 dollari, con un incremento percentuale che in alcuni momenti della notte ha superato il venti per cento. Una fiammata del genere, che non si vedeva dai primi mesi del 2022, rischia di riaccendere la miccia dell’inflazione a livello globale, e gli investitori, per proteggersi, fanno a gara per accaparrarsi valute considerate solide e immuni dagli shock petroliferi. Il dollaro, dal canto suo, tiene botta grazie allo status di valuta di riserva e al fatto che gli Stati Uniti siano divenuti esportatori netti di greggio, ma è il franco a registrare le performance più interessanti in ottica comparata. La Banca Nazionale Svizzera, che solo la scorsa settimana aveva tentato di raffreddare gli animi con dichiarazioni vaghe e interventi verbali volti a contenere l’apprezzamento della valuta, si trova ora con le mani in parte legate, considerando che la dimensione del rialzo sembra dettata più dai fondamentali geopolitici che dalle semplici aspettative di mercato.

L’impatto sull’economia reale e le conseguenze per l’import-export

Se per i consumatori svizzeri un franco forte significa benzina e beni importati meno cari, almeno per il momento, per i settori dell’export e per il turismo incoming la musica è diversa e assai meno gradevole. Il cambio con l’euro che viaggia intorno a quota 0,90 rende i prodotti elvetici più cari all’estero, e questo potrebbe frenare le ordinazioni dall’Europa e dagli Stati Uniti, con conseguenze che potrebbero farsi sentire già nei prossimi trimestri. Allo stesso tempo, le aziende che importano materie prime pagate in dollari, e sono tante, beneficiano del tasso di cambio favorevole con la valuta americana, ma l’incognita rimane la durata di questo conflitto. Se le ostilità dovessero protrarsi a lungo, come molti analisti iniziano a temere, l’effetto scudo del franco forte contro l’inflazione importata verrebbe meno, e la Svizzera si troverebbe a fare i conti con un caro-prezzi importato dall’estero, in particolare dall’energia, che nemmeno la forza della propria moneta potrebbe più arginare in maniera efficace. Gli esperti, pur con la cautela del caso, ricordano che un conflitto prolungato in Medio Oriente avrebbe la capacità di innescare una grave impennata dei prezzi a livello globale e che la Confederazione, in quanto economia aperta e integrata, non ne sarebbe certo immune, anzi.

Le reazioni dei mercati azionari e il nuovo scenario geopolitico

Sulle piazze finanziarie europee intanto cala il gelo, con listini ovunque in rosso e vendite che si abbattono in particolare sui settori più esposti al caro-energia e a un possibile rallentamento della domanda globale. Piazza Affari, che pure mostra qualche resistenza grazie ai titoli legati alla difesa come Leonardo, viaggia in negativo assieme a Francoforte, Parigi e Londra, mentre lo spread tra BTP e Bund tedeschi si allarga a causa dei timori per la crescita dell’Italia, Paese fortemente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio. Il G7, riunitosi d’urgenza in videoconferenza, sta valutando il rilascio coordinato di parte delle riserve strategiche di petrolio, una mossa che era stata già adottata in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina e che mira a immettere liquidità sul mercato per calmierare i prezzi del greggio, al momento schizzati a livelli che molti ritengono insostenibili per l’economia globale. La partita, dunque, si gioca su più tavoli e il franco, in questo scacchiere, continua a muoversi come un cavallo imbizzarrito, trainato da una domanda che non accenna a diminuire e da una crisi che, giorno dopo giorno, si fa più profonda e complessa.

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