Il franco svizzero vola sul dollaro, toccando un minimo storico mentre la Bns resta in disparte
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Redazione Economia
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La valuta elvetica, rifugio per antonomasia nei momenti di turbolenza, ha infranto ogni precedente barriera nei confronti del biglietto verde, che nel pomeriggio di lunedì è crollato fino a quotare appena 0,7701 franchi. Un record assoluto, se si eccettua il caos valutario seguito all’abbandono del cambio minimo con l’euro nel lontano gennaio 2015. Parallelamente, anche la moneta unica europea arretra, scivolata a 0,9189 franchi, un livello che non si vedeva dallo scorso novembre, in un quadro generale di forza della piazza finanziaria di Zurigo. Gli analisti, dal canto loro, non si aspettano interventi della Banca nazionale svizzera, la quale – come sottolineano in molti – sembra tollerare questa apprezzamento, almeno per il momento.
Le ragioni di una fuga verso la sicurezza
A spingere gli investitori tra le braccia del franco, secondo una concorde lettura degli operatori di mercato, è un mix potente e pericoloso di fattori geopolitici e di incertezze domestiche statunitensi. Le tensioni internazionali, infatti, si sommano a un panorama politico oltreoceano giudicato instabile, oltre che al persistente e gravoso fardello del debito pubblico americano. A questo quadro già complesso, se ne aggiunge un altro di natura istituzionale: i dubbi, sempre più pressanti, sull’autonomia della Federal Reserve. Il mandato del suo presidente, Jerome Powell, destinato a scadere nel prossimo maggio, si svolge infatti sotto l’ombra lunga e influente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il cui pressing sulle politiche monetarie è noto e contribuisce a alimentare la volatilità.
L’euro non sfugge alla pressione elvetica
Non è solo il dollaro, tuttavia, a subire la forza travolgente del franco. Anche l’euro, in questa fase, ne risente in maniera significativa, oscillando su livelli che lo vedono particolarmente debole. Nella mattinata, la moneta unica è scesa fino a toccare i 0,9196 franchi, per poi recuperare appena un poco e assestarsi poco sopra la soglia dei 92 centesimi. Questo movimento conferma una tendenza più ampia, che vede la valuta di Guglielmo Tell apprezzarsi su un doppio fronte, diventando un bene rifugio privilegiato in un contesto globale dove le opzioni di stabilità sembrano assottigliarsi. Una dinamica, questa, che gli esperti osservano senza particolari allarmi, almeno per ora, considerandola il risultato logico di flussi finanziari dettati dalla ricerca di sicurezza.
Il silenzio attento delle autorità monetarie
In questo scenario, caratterizzato da numeri che parlano da soli, colpisce il ruolo apparentemente defilato della Banca nazionale svizzera. Diversi osservatori, interpellati sull’argomento, ritengono improbabile un intervento volto a indebolire il franco nel breve termine. Le ragioni di questa inerzia, per quanto solo presunta, sono molteplici e affondano le radici nella valutazione degli equilibri economici globali, nei tassi di inflazione e nella necessità di non perturbare con mosse avventate un mercato già di per sé nervoso. Resta il fatto che la forza della valuta, se protratta nel tempo, potrebbe porre problemi di competitività per l’export elvetico, un tema delicato che le autorità dovranno inevitabilmente monitorare con la massima attenzione, pur senza mostrare per il momento alcuna intenzione di agire direttamente sui cambi.




