Delfin, penale da 500 milioni tra gli eredi Del Vecchio: l'arbitrato e il nodo della governance
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Redazione Economia
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La partita per il controllo di Delfin, la cassaforte di famiglia che custodisce il patrimonio degli eredi del fondatore di Luxottica, si arricchisce di un nuovo, spinoso capitolo. Al centro della contesa, la richiesta di 500 milioni di euro complessivi che Luca e Paola Del Vecchio si apprestano a formalizzare nei confronti del fratello Leonardo Maria per il mancato acquisto delle loro quote.
La vicenda, che affonda le radici negli accordi siglati lo scorso marzo per la cessione di due pacchetti azionari del 12,5% ciascuno, si intreccia ora con le complesse dinamiche ereditarie e le prospettive di un profondo riassetto della holding lussemburghese.
Le clausole contrattuali e la richiesta di penale
I contratti di compravendita, scaduti lo scorso 30 giugno, avevano fissato un prezzo di 5 miliardi di euro per ogni singola quota, per un valore complessivo dell'operazione di 10 miliardi. L'accordo prevedeva una penale del 5% sul valore del contratto in caso di mancato perfezionamento della cessione: una cifra che ammonta quindi a 250 milioni per ciascuno dei due fratelli venditori.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i legali di Luca e Paola Del Vecchio avrebbero predisposto la lettera per invitare Leonardo Maria Del Vecchio (Lmdv) a rispettare gli impegni assunti e procedere al pagamento.
Fonti vicine al quartogenito del fondatore Leonardo Del Vecchio non escludono la possibilità di ricorrere a un arbitrato internazionale, una soluzione che consentirebbe di cercare una composizione della vertenza in tempi più contenuti rispetto a un giudizio ordinario; secondo indiscrezioni riportate da Milano Finanza, il procedimento potrebbe impegnare i tre fratelli per circa 18 mesi, a meno di un accordo preventivo.
Un elemento che complica ulteriormente la posizione di Leonardo Maria è la natura del contratto: in esso non era stata inserita una clausola che subordinasse l'acquisto all'ottenimento dei finanziamenti necessari, circostanza che rende più solida la richiesta dei due fratelli venditori.
Il tentativo di acquisizione e il ruolo delle banche
L'operazione di acquisto del 25% di Delfin era stata concepita da Leonardo Maria come il passo conclusivo per rispettare le volontà testamentarie del padre, con l'obiettivo di semplificare la governance della holding e dare un indirizzo unitario al gruppo. Tuttavia, l'intera trattativa è naufragata a fine giugno a causa dell'indisponibilità del consiglio di amministrazione di Delfin a fornire una lettera di patronage a garanzia del maxi-prestito da circa 11 miliardi di euro richiesto alle banche, con Unicredit e Credit Agricole in qualità di capofila.
La mancata concessione della garanzia ha di fatto impedito il closing dell'operazione, bloccando il piano che avrebbe visto Leonardo Maria diventare il socio di maggioranza relativa della cassaforte di famiglia. In un'intervista rilasciata al settimanale Chi, lo stesso imprenditore ha ribadito di essersi esposto in prima persona, dichiarando di aver provato a chiudere la trattativa per tre volte e di essersi spinto fino al punto di indebitarsi per 10 miliardi: «Non me l'hanno fatto fare», ha affermato, «dopo quattro anni posso dire di aver mantenuto la promessa che ho fatto a mio padre».
L'arbitrato, la governance e le scadenze lussemburghesi
Sullo sfondo della querelle sulla penale si stagliano le questioni irrisolte relative al governo societario di Delfin. Lo statuto voluto dal fondatore prevede un consiglio di amministrazione con un mandato a vita, una configurazione che ha reso la holding una sorta di trust poco permeabile alle istanze degli otto eredi. Per modificare questa architettura, che richiederebbe l'unanimità dei soci per essere cambiata, Leonardo Maria potrebbe ipotizzare un'apertura verso le richieste di Luca e Paola, una linea che sarebbe condivisa anche da altri azionisti come Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico.
Un altro fronte caldo è quello giudiziario in Lussemburgo, dove martedì 22 settembre il tribunale è chiamato a esprimersi sulla richiesta di Delfin di ottenere una proroga di sei mesi sui termini per la prelazione delle quote di Leonardo Maria, Clemente e Basilico. I tre hanno presentato domanda per trasferire le loro partecipazioni del 12,5% in veicoli societari personali, una procedura già concessa a Luca e Paola lo scorso agosto.
Questo passaggio, che renderebbe le azioni più facilmente utilizzabili come garanzia per ottenere finanziamenti, rappresenta uno snodo cruciale per gli equilibri futuri della holding, che controlla il 32,4% di EssilorLuxottica e detiene partecipazioni in istituti di credito come Mps, Unicredit e Generali.
Le precisazioni di Lmdv Capital sull'indebitamento
In relazione alle ricostruzioni sul suo stato patrimoniale, il family office di Leonardo Maria Del Vecchio, LMDV Capital, ha sentito la necessità di intervenire per fare chiarezza sulla sua esposizione finanziaria. La società ha tenuto a distinguere tra il debito personale dell'imprenditore e quello delle società operative, definendo «inesatto» l'ammontare di 1,3 miliardi di euro circolato su alcuni organi di stampa. Secondo la ricostruzione fornita dal family office, Leonardo Maria Del Vecchio disporrebbe di affidamenti personali per circa 500 milioni, principalmente presso Unicredit.
A questi si aggiungerebbero le linee di credito concesse alle società, tra cui un finanziamento di CA Indosuez a Lmdv Capital garantito dal portafoglio investimenti. Considerando l'esposizione personale e quella del family office, la cifra complessiva indicata dalla società si attesterebbe intorno ai 950 milioni di euro, escludendo poste come i crediti di firma o il capitale apportato da co-investitori. LMDV Capital ha inoltre sottolineato che tutte le esposizioni sarebbero integralmente coperte da garanzie finanziarie o reali e che, al momento, non risulterebbero posizioni scadute.
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