Torna El Niño: rischio estremo ondate di caldo, alluvioni e siccità
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Redazione Interno
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L’estate del 2026, almeno stando alle ultime proiezioni dei modelli stagionali disponibili, si appresta a entrare nel vivo di una fase climatica destinata probabilmente a lasciare il segno. Dopo un lungo periodo di condizioni neutre o influenzate dalla Niña, il Pacifico tropicale sta mostrando segnali inequivocabili di risveglio, e quel risveglio si chiama El Niño. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), che da anni monitora questi fenomeni con la consueta meticolosità, ha aggiornato lo stato di allerta: c’è una probabilità superiore al 60% che il fenomeno si manifesti concretamente nei prossimi mesi, con una finestra temporale che molti esperti indicano tra la fine dell’estate e l’autunno. Quello che rende però questa prospettiva particolarmente inquietante – e lo si deduce dalla lettura incrociata dei diversi ensemble previsionali – è l’intensità che l’evento potrebbe raggiungere, tanto da far tornare di moda un termine che non è propriamente scientifico ma che riesce a comunicare efficacemente la portata della minaccia: il “Super El Niño”.
Per capire il perché di tanta apprensione, occorre però fare un passo indietro e ricordare cosa definisce, tecnicamente, un evento di questo tipo. La soglia che separa la normalità da El Niño è fissata in un’anomalia termica delle acque superficiali del Pacifico centrale e orientale di almeno 0,5 gradi Celsius sopra la media a lungo termine. Se quelle stesse temperature superano la media di oltre due gradi, allora ci si trova di fronte a quello che i climatologi definiscono informalmente un “super” evento, una rarità capace di ridisegnare la circolazione atmosferica globale per mesi interi. Ed è proprio questo scenario estremo, quello con un’anomalia pari o superiore a +2°C, che alcuni dei modelli matematici più affidabili, come l’europeo ECMWF o l’americano NMME, iniziano a tratteggiare con una frequenza preoccupante. C’è chi, come il meteorologo Ben Noll citato dal Washington Post, arriva a parlare di una probabilità del 75% di assistere a un “Super El Niño” entro ottobre, capace di innescare impatti meteorologici di vasta portata destinati a protrarsi fino al 2027.
Il meccanismo della “stufa” pacifica e le sue ripercussioni sul termometro globale
La ragione per cui El Niño – e ancor più la sua versione potenziata – viene osservato con crescente ansia dai centri di ricerca sparsi per il mondo risiede nella sua capacità di fungere da amplificatore del calore già presente. In condizioni normali, i venti alisei spingono le acque più calde verso l’Asia, permettendo la risalita di acque profonde e fredde lungo le coste del Sudamerica. Quando El Niño si attiva, questo meccanismo si inceppa: gli alisei si indeboliscono o invertono direzione, l’enorme massa di calore accumulata negli strati sub-superficiali dell’oceano affiora e si espande verso est, restituendo all’atmosfera una quantità di energia difficile da immaginare. Il pianeta, in pratica, tende a registrare temperature medie globali più elevate perché quel calore, che di solito rimane intrappolato nelle profondità marine, viene improvvisamente liberato, andandosi a sommare alla tendenza di fondo del riscaldamento climatico di origine antropica.
A questo proposito, le valutazioni del Climate Prediction Center della NOAA, aggiornate al 9 aprile 2026, confermano l’esistenza di una finestra di opportunità piuttosto ampia: la transizione verso El Niño è attesa tra maggio e luglio (con una probabilità del 61%), ma il dato più significativo riguarda l’autunno. Esiste circa una probabilità su tre – o meglio, secondo le ultime stime diffuse, una probabilità compresa tra il 22% e il 33% – che l’episodio raggiunga una magnitudo “forte” o addirittura “molto forte” tra ottobre e dicembre. Non è un caso che gli scienziati della Columbia University abbiano definito “un po’ sorprendente” l’eventualità di un El Niño così potente a così breve distanza dall’episodio del 2023. La loro ipotesi, suffragata da uno studio pubblicato a marzo, è che il riscaldamento di origine antropica stia riducendo i tempi necessari per “ricaricare la batteria” di calore nel Pacifico orientale, rendendo più frequenti o più intensi questi cicli.
Dalle ondate di calore alle alluvioni: gli scenari differenziati per il pianeta
Quando si parla di impatti, El Niño non è certo un fenomeno uniforme. Non porterà caldo ovunque allo stesso modo, e anzi, la sua caratteristica principale è quella di ridistribuire l’energia e l’umidità in modo asimmetrico. Per l’Italia e per l’Europa meridionale, la correlazione è meno lineare rispetto ad altre aree del globo, ma la tendenza più accreditata parla di un aumento della variabilità estrema: inverni più miti e umidi alternati a ondate di calore sempre più frequenti. Tuttavia, se si allarga lo sguardo al resto del mondo, il quadro diventa più nitido e assai più crudele.
L’Australia e l’Indonesia, per esempio, rischiano di finire dritte in una morsa di siccità e incendi boschivi, una dinamica già osservata durante i grandi eventi del 1982-83 e del 1997. All’opposto, il Sud degli Stati Uniti, il Perù e l’Ecuador potrebbero essere flagellati da piogge torrenziali e alluvioni, con il conseguente collasso di infrastrutture e colture. C’è poi l’effetto, quasi paradossale, sulla stagione degli uragani atlantici: un forte El Niño tende a generare un wind shear verticale, ossia una variazione della velocità e direzione del vento con l’altezza, che ostacola la formazione dei grandi cicloni tropicali. Il rovescio della medaglia, però, è che il Pacifico, sia centrale che orientale, potrebbe assistere a un’impennata dell’attività dei tifoni. La NOAA ha anche ricordato come questi episodi possano alterare pesantemente ecosistemi e risorse ittiche – basti pensare al collasso della pesca delle acciughe al largo del Perù – con conseguenze economiche a cascata che si misurano in miliardi di dollari.
Agricoltura, pesca e un pianeta già provato: i conti in sospeso dell’economia globale
L’aspetto forse meno discusso, ma certamente più tangibile per la vita delle persone, riguarda le ripercussioni economiche e sociali di un simile sconvolgimento climatico. L’agricoltura, si sa, è il settore che subisce più direttamente gli scossoni del meteo. Una siccità prolungata in India o nel Sud-est asiatico significa raccolti di riso e grano ridotti all’osso e, di conseguenza, una spinta verso l’alto dei prezzi alimentari globali. Al contrario, le piogge eccessive in Sudamerica, se da un lato possono danneggiare le colture in alcune aree, dall’altro rischiano di isolare intere regioni e distruggere i raccolti pronti per la raccolta.
Non vanno poi dimenticati gli effetti sulla salute pubblica. Le aree che diventeranno più umide del solito, come l’Africa orientale, potrebbero assistere a un’impennata di malattie trasmesse da vettori come zanzare, quindi dengue, malaria e Zika. Dove invece prevarrà la siccità, come in Indonesia o in Amazzonia, il rischio principale sarà rappresentato dagli incendi e dalle polveri sottili, con conseguenze dirette sull’apparato respiratorio della popolazione. La sensazione, leggendo il rapporto della NOAA e le analisi dei vari centri meteorologici internazionali, è che ci si trovi di fronte a un evento dalla portata potenzialmente storica. Non tanto per l’eccezionalità in sé del fenomeno – che comunque rimane una variabilità naturale – ma per il fatto che questo “super” Niño andrà a inserirsi in un contesto climatico già pesantemente compromesso dal riscaldamento globale, dove anche un piccolo surplus di calore può fare la differenza tra un’estate calda e un’estate da record assoluto.




