El Niño strong si avvicina: le acque del Pacifico si scaldano, l’estate italiana trema
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Redazione Interno
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L’Oceano Pacifico equatoriale, quell’immenso termoregolatore del clima planetario, sta mostrando segnali inequivocabili di un risveglio bollente. Dopo un periodo di relativa tregua, le rilevazioni più aggiornate – quelle che arrivano dai modelli del Climate Prediction Center della NOAA – indicano una probabilità superiore al 60% che il fenomeno di El Niño si manifesti entro i prossimi mesi, con una finestra temporale che gli esperti collocano tra la tarda primavera e l’estate del 2026. Non si tratta di una semplice fluttuazione oceanica, quella che gli addetti ai lavori chiamano ENSO (El Niño-Southern Oscillation), ma del vero e proprio motore capace di ridisegnare i pattern atmosferici su scala globale. Quando le acque superficiali del Pacifico centro-orientale si scaldano oltre una certa soglia, come sta accadendo in queste settimane, l’effetto serra naturale si innesca con violenza: l’aria calda e umida risale verso l’atmosfera, alterando le correnti a getto e spostando le aree di pioggia dai continenti asiatici verso le coste americane.
E l’Italia in tutto questo? La domanda è più che legittima, vista la distanza chilometrica che ci separa da quelle acque lontane. La correlazione non è mai stata lineare né immediata, come avvertono da anni i climatologi, ma la posta in gioco, per l’estate che ci attende, è altissima. Alcune proiezioni, infatti, ipotizzano non un El Niño qualunque, ma una versione definita “strong” o addirittura “super”. Il meteorologo Lorenzo Tedici, interpellato da testate nazionali, ha parlato chiaro: le simulazioni per la prossima stagione estiva indicano un “bollore” ben superiore alla media, con l’anticiclone africano pronto a piantare le sue tende roventi sul Mediterraneo molto prima del solito. In pratica, anche se il motore principale della perturbazione sta dall’altra parte del globo, il calore anomalo che si libera nell’atmosfera finisce per potenziare quei sistemi di alta pressione subtropicali che, risalendo dal Sahara, ci regalano le ondate di calore più asfissianti.
La minaccia del super evento per l’autunno e le incertezze sulla scala temporale
La comunità scientifica, tuttavia, invita alla prudenza, anche se il campanello d’allarme è già suonato forte. Il mese di aprile, spiegano i ricercatori della NOAA, rappresenta una sorta di “barriera di predicibilità” per questi fenomeni: le dinamiche oceaniche sono talmente complesse in questa fase di transizione primaverile che anche i modelli matematici più sofisticati possono incappare in errori di valutazione. Quel che è certo, e viene riportato nel bollettino ENSO del 9 aprile, è che la probabilità di transizione verso El Niño è in costante crescita e che il fenomeno, una volta innescato, potrebbe persistere almeno fino alla fine del 2026. Ma c’è di più: secondo alcune fonti, se l’evento dovesse concretizzarsi, la sua intensità resta avvolta nell’incertezza, con una possibilità su tre che l’episodio si riveli ‘forte’ nella finestra temporale compresa tra ottobre e dicembre.
Estate o autunno che sia, l’arrivo di El Niño non è mai una notizia neutra per le temperature globali. Analizzando i dati storici, gli anni segnati da questi eventi – si pensi ai celebri episodi del 1997-98 o del 2015-16 – sono quasi sempre coincisi con i record di caldo planetario. Oggi, gli oceani si trovano già in uno stato di stress termico notevole, dovuto ai cambiamenti climatici di origine antropica; gettare nella mischia l’energia extra di un El Niño equivale a versare benzina sul fuoco. Gli esperti osservano con attenzione le masse d’acqua calda che si stanno accumulando negli strati sub-superficiali del Pacifico, un serbatoio di energia che, una volta riaffiorato, potrebbe far schizzare verso l’alto le anomalie termiche.
La fitta nebbia sulla previsione degli impatti locali
Se per l’Italia l’estate si prospetta rovente – con punte che al Sud potrebbero addirittura avvicinarsi ai fatidici 45 gradi, come ipotizzato da alcuni modelli -4 – è altrettanto vero che il quadro locale rimane sfumato. El Niño, da solo, non determina il singolo nubifragio sulla pianura Padana o la singola ondata di calore a Roma. La sua azione è più subdola e strutturale: altera le probabilità. Rende più probabili le persistenti dell’alta pressione, che bloccano le perturbazioni atlantiche, e aumenta la frequenza delle cosiddette “ondate di calore eccezionali”. Ma la stessa massa d’aria calda, ferma per giorni sullo Stivale, è anche un ottimo carburante per i temporali violenti quando finalmente arriva una brezza più fresca. Il fenomeno, insomma, non porterà solo afa, ma anche il concreto rischio di fenomeni estremi, grandinate e alluvioni lampo, proprio perché l’atmosfera, surriscaldata, trattiene molta più energia e umidità da scaricare al suolo.
Sulle coste toscane, o nelle piazze del Piemonte, non ci si deve quindi aspettare un effetto diretto come quello che subiranno Perù o Indonesia (dove El Niño porterà piogge torrenziali o siccità devastanti). Qui l’effetto è filtrato, mediato dalla distesa dell’Atlantico e dalle bizzarrie della Corrente a Getto. Quel che gli aggiornamenti dei centri specializzati come ECMWF restituiscono è però un’immagine chiara: la termometro globale sta per subire una nuova spinta verso l’alto. E, come osservano i ricercatori, la straordinaria accelerazione del riscaldamento della superficie oceanica che stiamo già registrando potrebbe aver ridotto i tempi di “ricarica” della batteria di calore del Pacifico, rendendo questi eventi più frequenti o difficili da prevedere rispetto al passato.




