Il calvario di Tortora e la lezione mai imparata
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quarantadue anni dopo, l’immagine di Enzo Tortora ammanettato all’Hotel Plaza di via del Corso continua a bruciare. Quella foto, diventata simbolo di un’ingiustizia irreparabile, riemerge oggi nella fiction di Marco Bellocchio, riaccendendo non solo la memoria di un errore giudiziario ma anche il dibattito su un sistema che, allora come ora, fatica a garantire i diritti fondamentali. Tortora, condannato ingiustamente per un presunto legame con la camorra e poi assolto in appello, pagò con la vita – morì poco dopo la riabilitazione – il prezzo di un processo mediatico e giudiziario che lo aveva già annientato.
La sua vicenda, ripercorsa nella serie Portobello, non è soltanto un capitolo di cronaca nera ma un monito su quanto possa essere devastante l’intreccio tra accusa e giudizio, tra indagini frettolose e sentenze irrevocabili. Proprio in questi giorni, mentre la fiction riporta alla luce quelle manette e quegli errori, il Senato si appresta a discutere la riforma che separa le carriere dei magistrati, un cambiamento atteso da decenni e ostacolato dall’Associazione nazionale magistrati. Una riforma che, sebbene tardiva, rappresenta il primo riconoscimento istituzionale delle distorsioni emerse nel caso Tortora.
A Milano, intanto, la Fondazione Luigi Einaudi ha commemorato il presentatore deponendo una rosa bianca sulla sua tomba al Cimitero Monumentale. Un gesto semplice, che però riassume il peso di una storia diventata emblema. Quella di Tortora non fu solo una condanna sbagliata: fu la dimostrazione di come l’opinione pubblica, influenzata da accuse non verificate, possa trasformarsi in un tribunale parallelo. E se oggi la sua figura viene ricordata con rispetto, è anche perché la sua battaglia – combattuta fino all’ultimo – ha costretto il Paese a interrogarsi sulle garanzie che dovrebbero proteggere ogni cittadino.




