La rivolta in Iran e il nuovo equilibrio geopolitico, mentre tramontano i vecchi alleati di Putin
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Redazione Esteri
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Non si placa, nonostante la ferocia della repressione che ha già causato, secondo organizzazioni per i diritti umani che operano dall'estero, oltre sessanta morti e centinaia di arresti, la protesta che da tredici notti consecutive infiamma le città iraniane. Un movimento, quello che attraversa il Paese, la cui portata sembra segnare una discontinuità rispetto al passato, come sottolinea la scrittrice Mahsa Mohebali, autrice del romanzo "Teheran Girl" pubblicato da Bompiani, la quale – pur essendo attualmente in Europa – osserva come non si fosse mai vista una protesta di tale natura, tanto da poter parlare di una vera e propria svolta. Il regime, dal canto suo, risponde con il pugno di ferro e con un quasi totale blackout di internet, implementato da giovedì sera, che rende estremamente complicato verificare le notizie e documentare quanto accade realmente nelle piazze, isolando di fatto il Paese e tentando di soffocare nel buio informativo la voce dei manifestanti.
Il contesto internazionale mutato
Questo nuovo capitolo di rivolta si dipana, tuttavia, in uno scenario geopolitico radicalmente mutato, dove alcuni dei più tenaci avversari dell'Occidente – e storici alleati di Mosca – sono stati rimossi dalla scena. L’iraniano Raisi è morto in circostanze giudicate per lo meno sospette; il capo di Hezbollah libanese, Nasrallah, è stato liquidato dall’esercito israeliano; Bashar Assad è stato cacciato da Damasco e ora vive confinato a Mosca; Maduro è stato infine arrestato, o secondo alcuni rapito, dalla Delta force americana su ordine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Figure disparate, queste, accomunate però dal fatto di essere state, in vario modo, amiche, sostenute, rifornite di armi o protette da Vladimir Putin, il cui sistema di influenze regionali appare oggi fortemente compromesso.
La resilienza del regime e le sfide interne
Sebbene le immagini delle strade occupate e degli slogan urlati contro gli Ayatollah possano suggerire l’imminenza di un crollo, la struttura di potere in Iran rimane compatta e ha dimostrato, nel corso dei decenni, una notevole capacità di resistere, alternando fasi di apertura a cicli di repressione brutale. La storia recente del Paese, del resto, ha mostrato con dolorosa chiarezza due veri e propri pilastri: da un lato, una società civile viva e periodicamente esplosiva; dall’altro, un apparato statale e paramilitare coerente e spietato, capace di controllare le piazze frammentate dell’opposizione. Le proteste attuali, per quanto intense e diffuse, devono quindi misurarsi con questa dura realtà, mentre il blackout informativo serve proprio a impedire che il dissenso si coaguli in una forza coordinata e strutturata.
Uno sguardo sulla complessità
La situazione iraniana, dunque, non può essere letta attraverso un semplice schema narrativo. La determinazione dei manifestanti, che tornano in strada nonostante il sangue già versato e i ricordi delle repressioni passate, incontra la compattezza di un sistema che controlla saldamente gli strumenti della forza e della comunicazione. Allo stesso tempo, il venir meno di alcuni dei partner internazionali più ingombranti, un tempo protetti dall’ombrello di Mosca, introduce una variabile inedita nelle dinamiche di potere regionali, la cui portata a lungo termine resta tutta da decifrare. La vicenda, nel suo insieme, si configura come un intricato mosaico di resistenza popolare, calcolo politico e mutamenti strategici globali.




