La Mazda CX-60 2026 e quel segreto di guida nascosto nei dettagli (mentre in Molise frana l’autostrada)

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Approcciarsi alla Mazda CX-60 2026, modello che pure segna il passo rispetto all’elettrificazione dilagante, significa innanzitutto comprendere il concetto di Kaizen – quel miglioramento costante, quasi ossessivo, di derivazione nipponica – che la casa giapponese applica senza clamore. Esteticamente non cambia di una virgola, e per una buona ragione: il design Kodo, riconoscibile dal lungo cofano che suggerisce la presenza del motore longitudinale e dalla trazione posteriore, rimane uno degli esempi più eleganti di stile giapponese contemporaneo. Non si tocca ciò che già funziona, insomma, e lo si affina altrove. Proprio lì, in quegli “altrove” che sfuggono a uno sguardo distratto, risiede il segreto del piacere di guida: sospensioni riviste, geometrie degli sterzo ricalibrate, una silenziosità di rotolamento ottenuta con materiali fonoassorbenti posizionati dove nessuno penserebbe di guardare. E mentre il mondo automobilistico sembra aver smarrito la memoria tattile del contatto con l’asfalto, Mazda insiste sulla fisica prima ancora che sull’elettronica.

Il 2.5 aspirato che va controcorrente, tra full hybrid e plug-in

Se conoscete Mazda, sapete certo che ama prendere strade poco battute portando avanti con grande orgoglio le sue scelte progettuali; la terza serie della CX-5 ne è un fulgido esempio. Ma è sulla CX-60 che si gioca la partita vera: in un’epoca nella quale tutti corrono verso forme di elettrificazione spinta – e qui si pensi al full hybrid o all’ibrido plug-in – lei punta su un quattro cilindri 2.5 benzina aspirato, con mild hibrido di appoggio, capace di 141 cavalli e 238 Nm di coppia, accoppiato a un cambio automatico a 6 marce. Una scelta, quest’ultima, che molti definirebbero controintuitiva, quasi anacronistica, eppure coerente con una filosofia che non insegue i numeri da laboratorio ma l’erogazione progressiva. Non c’è nessuna scossa elettrica improvvisa, nessuna ripresa artefatta: la risposta al pedale è lineare come un respiro calmo. Lo stesso vale per la gamma aggiornata del 2026, che mantiene l’impostazione tecnica di base senza strappi: motori diesel sei cilindri compatibili con HVO 100, cambio automatico a otto rapporti, trazione posteriore o integrale secondo le versioni. Il suv resta al vertice della gamma, posizionato sopra la CX-5, e lo fa senza urlare la sua presenza.

Dettagli invisibili, scelte visibili: la dinamica prima dello schermo

La vera differenza, quella che si prova ma non si fotografa, sta nell’insieme di microinterventi che nessuna scheda tecnica mette in evidenza. La distribuzione dei pesi, favorita dall’architettura a motore longitudinale, consente un bilanciamento che nessuna barra stabilizzatrice elettronica può inventarsi dal nulla. Le sospensioni posteriori multilink, già eccellenti sulla precedente serie, ricevono boccole di nuova concezione che filtrano le asperità a frequenze medio-alte senza però isolare del tutto il pilota: c’è ancora quella sottile informazione sullo stato del manto stradale che gli appassionati chiamano “sensazione”. E poi il volante, la cui assistenza elettrica è stata rimappata per offrire una resistenza progressiva in inserimento di curva, senza quell’effetto “on-off” che rovina tante vetture contemporanee. Sono dettagli che non vedi, insomma, ma che il tuo registra dopo pochi chilometri. Mazda lo sa, e non sente il bisogno di giustificarli con un comunicato stampa ad effetto.

Mentre il Molise frana e il Trigno si porta via un ponte

Partiamo dal micro? Va bene: mentre il mondo – o almeno quella parte che segue le dinamiche della mobilità – discute se la CX-60 abbia o meno abbastanza cavalli, nella seconda regione più piccola d’Italia, il Molise, anzi in una porzione di essa, accade dell’altro. Nel comune di Petacciato, la riattivazione di una vecchia frana ha prodotto profonde crepe sull’autostrada A14 e deformato il tracciato ferroviario, costringendo gli automobilisti a deviazioni estenuanti. Nel frattempo, per le forti piogge che si sono abbattute senza sosta, il fiume Trigno si è portato via un ponte, uccidendo una persona e interrompendo la statale 16. Non c’è qui alcuna analogia forzata con la meccanica automobilistica, sia chiaro: solo la constatazione che mentre si perfezionano dettagli di guida su un suv giapponese, il territorio italiano continua a franare letteralmente sotto i nostri pneumatici. Un’inchiesta della procura sta cercando di stabilire se la frana di Petacciato fosse prevedibile – e quindi evitabile – sulla base degli studi geologici degli ultimi anni. Nessuna conclusione ancora, solo sopralluoghi e rilievi. La salma dell’unico morto sul ponte del Trigno è stata restituita ai familiari, e la statale 16 resterà chiusa per mesi.

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