La Mazda MX-5 che poteva essere e non è stata: vent’anni fa un prototipo segreto con motore V6
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’è stato un momento, circa vent’anni fa, nella storia della Mazda MX-5, in cui l’identità della roadster giapponese per eccellenza è stata messa in discussione da un esperimento tecnico destinato a rimanere segreto. Non si tratta di una delle tante ipotesi progettuali finite nel cassetto, né di un sogno nel cassetto di qualche progettista folle: parliamo di un prototipo reale, con tanto di telaio e motore, costruito in gran segreto da un gruppo di ingegneri del centro europeo di Mazda. Lo ha rivelato Christian Schultze, attuale Director of Research and Operations di Mazda Motor Europe, in una recente intervista concessa alla testata olandese AutoRAI, gettando luce su un capitolo inedito che avrebbe potuto riscrivere le sorti dell’auto più venduta al mondo nella categoria delle due posti scoperte.
L’idea, all’apparenza semplice e quasi scontata per chiunque abbia mai desiderato più muscoli per la piccola giapponese, era quella di sostituire il classico quattro cilindri con un più so sei cilindri a V. Gli ingegneri, spinti dalla passione e operando nel tempo libero, riuscirono a trapiantare nel vano motore di una MX-5 un’unità da 2.5 litri, verosimilmente appartenente alla famiglia K-Series, lo stesso propulsore che all’epoca equipaggiava modelli come la Mazda 626 o la MX-6 -1-2. Il risultato, stando alle scarne ma significative parole di Schultze, fu tecnicamente affascinante e la guida, testata su strada, si rivelò “decisamente interessante” -5. L’incremento di potenza, che a seconda delle versioni del V6 poteva attestarsi sui 200 cavalli, avrebbe finalmente tappato la bocca a quei critici che, fin dagli esordi nel 1989, hanno sempre rimproverato alla Miata una certa timidezza nei numeri puri -2.
Eppure, nonostante la riuscita tecnica e l’entusiasmo che un progetto del genere avrebbe potuto generare, la Mazda V6 non vide mai la luce dei riflettori, né tantomeno quella delle concessionarie. I motivi, come spesso accade in questi casi, furono due, e riguardano l’essenza stessa di ciò che rende una MX-5 ciò che è. Il primo ostacolo fu di natura prettamente pratica e estetica: il motore V6, più alto del compatto quattro cilindri, non trovava una degna collocazione sotto il cofano. Schultze è stato chiaro: “Il motore non si adattava bene, era semplicemente troppo alto; il risultato non era visivamente gradevole” -1-5. Un problema di packaging, si dice in gergo, che avrebbe compromesso le linee morbide e sinuose della roadster, costringendo a modifiche inaccettabili per il centro stile. La seconda ragione, ancora più profonda, riguardava la dinamica di guida. Inserire un propulsore più pesante sull’avantreno avrebbe inevitabilmente rotto quel sacro equilibrio di masse, quel bilanciamento perfetto che è il vero segreto del fascino dell’MX-5. Un’auto nata per essere leggera e reattiva, fedele al principio del jinba ittai (l’unione tra cavaliere e cavallo), non poteva tradire se stessa per qualche cavallo in più.
La scommessa della quinta generazione tra leggerezza e norme questa storia, seppur relegata a un capitolo chiuso due decenni fa, torna di grande attualità oggi che Mazda è ufficialmente al lavoro sulla quinta generazione della sua creatura, la futura NE. Le sfide, per gli ingegneri di Hiroshima, sono però cambiate radicalmente e, per certi versi, sono diventate ancora più ardue. Se allora si trattava di resistere alla tentazione di un motore più grosso, oggi l’incognita si chiama elettrificazione. Le normative anti-inquinamento, sempre più stringenti in Europa e nel mondo, impongono una riduzione drastica delle emissioni, e anche un’icona come la MX-5 non può sottrarsi a questo confronto.




