Il ritorno di Miranda e quel dress code rispolverato per la prima bolognese de ‘Il diavolo veste Prada 2’

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta il dress code, concetto caduto nell’oblio più o meno da quando le sneakers si sono imposte come calzatura universale, valida tanto per un ufficio quanto per una cena di gala. Eppure, eccolo riaffiorare con prepotenza una sera qualsiasi, al Pop Up Medica, per la prima bolognese dell’atteso sequel “Il diavolo veste Prada 2”. Non si è trattato, va detto, di un semplice evento stampa: là dentro si respirava un’aria da “Miranda Priestly”, quella capace di richiamare soprattutto spettatrici le quali, attorno al look, hanno voluto lavorare di buona lena, trasformando la sala in una passerella parallela. Fenomeno di costume, certo, da mettere nella propria cinquina (anzi, decina) tra gli appuntamenti sociali più chiacchierati del periodo, capace di muovere il pubblico non solo alla visione ma proprio a quel gioco di abiti e accessori cult che sembrava dimenticato.

Dieci curiosità e una trama che guarda al presente

Il seguito – lo ricordano i più attenti – è tratto da “La vendetta veste Prada” di Lauren Weisberger, romanzo che riprende i fili di una storia rimasta per vent’anni nel cuore degli spettatori. La regia, qui, non conta quanto i personaggi: Andy (Anne Hathaway) torna a Runway, mentre l’infernale editor-in-chief Miranda Priestly (Meryl Streep) deve fare i conti con un panorama editoriale sconvolto dai social media e dal fast fashion. Due universi che sembravano inconciliabili, e invece si ritrovano a collaborare, coinvolgendo persino Emily Charlton (Emily Blunt), quella ex assistina diventata oggi capo di una grande azienda del lusso. Senza di lei, viene da pensare, la sopravvivenza della rivista sarebbe a rischio. Sono passati vent’anni dal film del 2006, e dal 29 aprile 2026 le sale italiane hanno riabbracciato Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ognuno nei panni di quei personaggi che avevamo imparato a temere e amare.

La rivista Runway finita su Vinted e le code per un sogno proibito

Chi ha amato il primo capitolo, nel lontano 2006, ha sognato per decenni di avere tra le mani la rivista di Miranda Priestly. Quell’oggetto proibito, delizia dei fan, è oggi realtà: grazie al sequel, il magazine è arrivato in una vera edicola pop-up, nata appositamente per il lancio. E qui arriva il particolare che sa di cronaca minuta ma significativa: c’è chi, in questi giorni, sta facendo ore di fila per accaparrarsene una copia. La rivista, peraltro gratuita, è già finita su Vinted a prezzi folli, e la piccola polemica che ne è scaturita racconta meglio di qualsiasi recensione quanto l’attaccamento a certi simboli possa tradursi in mercato nero del desiderio.

Trame giudiziarie e sviluppi: nessuna cronaca nera, solo inchieste sul costume

Attenzione: non ci sono delitti da raccontare in questa prima bolognese, non un filo di sangue tra i tacchi a spillo e le borse firmate. L’unico sviluppo degno di nota, semmai, è quello che riguarda l’industria culturale e i suoi ingranaggi. Il fenomeno “Diavolo veste Prada 2” si presta a una lettura quasi sociologica, se solo si osserva come un capo d’abbigliamento o una pochette diventino improvvisamente strumenti di identità collettiva. Le code fuori dal Pop Up Medica, le riviste rivate su Vinted, le spettatrici che lavorano sul proprio look come si preparasse un personaggio: tutto questo non è solo marketing, ma la prova che Miranda Priestly – anche solo come fantasma – detta ancora le regole. Nessuna speculazione, però, sugli incassi o sui possibili sequel futuri. I fatti, qui, sono quelli di una sera di fine aprile, di un dress code ritrovato, e di riviste di carta che valgono più di mille click.

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