Il diavolo veste Prada 2, il ritorno di Miranda tra dress code bolognese e crepe nel regno dell’alta moda
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Redazione Cultura e Spettacolo
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BOLOGNA – C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui indossare un paio di sneakers significava dichiarare guerra a qualsiasi forma di eleganza; oggi, complice un’abitudine ormai generalizzata che hasdoganato le scarpe da ginnastica come capo d’abbigliamento quotidiano, il concetto di dress code sembrava essersi dissolto nelle pieghe di un guardaroba sempre più informale. E invece, a risvegliarlo dal torpore ci ha pensato una serata cinematografica, di quelle che sanno di partecipazione attiva e di ritorno alle origini, quando al Pop Up Medica di Bologna è andata in scena la prima del tanto atteso Il diavolo veste Prada 2. L’evento, che ha richiamato una folla numerosa – a tratti persino sorprendente per una proiezione infrasettimanale – ha dimostrato come il fenomeno, se non destinato a entrare nella cinquina dei migliori film dell’anno, sia comunque un formidabile motore di costume, capace di mobilitare il pubblico non solo alla visione ma anche, e forse soprattutto, al rituale della scelta del look.
Tra shooting fotografici e accessori cult, la rivincita dello stile personale
Ad accogliere gli spettatori nella sala di via Monte Grappa non c’era solo lo schermo, ma un vero e proprio set allestito per immortalare gli outfit studiati nei minimi particolari. E qui sta la particolarità della serata: chi è arrivato con un look ispirato alla severissima Miranda Priestly – magari con un cappotto argentato e una borsa adornata di piume – e chi invece ha preferito reinterpretare lo stile più accessibile di Andy Sachs, magari indossando una cappa verde cangiante scovata in un mercatino dell’usato. Non sono mancati gli omaggi a Emily Charlton, con capi strutturati e spigolosi, né quelli a Nigel, rievocati forse da quelle montature spesse e scure che hanno sfilato tra il pubblico. A rendere il gioco ancora più coinvolgente, lo staff ha messo a disposizione una serie di accessori cult – occhiali da sole dalle forme felinine e collane di perle – per aiutare i più timidi a osare un po’ di più; ma la maggior parte dei presenti, in particolar modo le spettatrici, aveva già preparato l’armadio a casa, restituendo così dignità a un rito, quello di vestirsi per andare al cinema, che sembrava perduto.
Miranda in economia, la crisi della carta stampata colpisce Runway
Se fuori dalla sala si giocava a imitare la regina della moda, dentro lo schermo la vera sorpresa è un’altra, ed è una sorpresa amara per chi ha amato l’arroganza sfacciata del personaggio interpretato da Meryl Streep. In questo sequel, che arriva a vent’anni di distanza dal primo capitolo, la potente direttrice di *Runway* non urla più alla giovane assistente che «tutti vogliono essere noi». Al contrario, il mondo le è crollato addosso. I tagli alla carta stampata, la crisi dei media tradizionali e l’avanzata inarrestabile del fast fashion hanno messo in ginocchio la rivista patinata, costringendo persino Miranda Priestly a volare in economy class e a riattaccarsi da sola il cappotto nell’ufficio di Manhattan, da quando qualcuno si è lamentato con le Risorse umane per i suoi metodi spicci. Un dettaglio, quest’ultimo, che racconta meglio di ogni lungo discorso la decadenza di un impero costruito sulla paura e sul distacco professionale: oggi il diavolo deve fare i conti con la burocrazia aziendale.
La rivincita di Andy e il fenomeno della rivista Runway su Vinted
Nel frattempo, Andy Sachs, che nel 2006 aveva scelto di abbandonare il lusso per il giornalismo d’inchiesta, si trova costretta a fare ritorno a *Runway*. Il sequel, tratto dal romanzo *La vendetta veste Prada* di Lauren Weisberger, vede le due nemiche-rivali costrette a collaborare in un nuovo scenario dominato dai social media, coinvolgendo anche l’ex assistente Emily Charlton, oggi a capo di una grande azienda del lusso fondamentale per la sopravvivenza del magazine. E proprio a questo revival si lega un curioso fenomeno di cronaca leggera, che sa di speculazione commerciale: in occasione del lancio del film è stata allestita un’edicola pop-up che distribuiva copie gratuite della fittizia rivista *Runway*, e c’è chi – approfittando della corsa all’oggetto raro – le sta già rivendendo su Vinted a prezzi folli, trasformando un semplice gadget promozionale in un ambito prodotto da collezione. Un cortocircuito postmoderno, questo, in cui ciò che nel film rappresenta la difficoltà di sopravvivere nel giornalismo (la rivista cartacea in crisi) diventa nella realtà un bene per cui fare ore di fila.
Meta Description: Prima bolognese per Il diavolo veste Prada 2: folla al Pop Up Medica, dress code anni 2006 e Miranda costretta a volare in economy.




