Como in Champions, la corsa al quarto posto apre i nodi strutturali: dalle liste Uefa allo stadio, ecco cosa aspetta il club lariano
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Redazione Sport
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Il sogno Champions League del Como, alimentato da un’imbattibilità che sembrava destinata a infrangersi contro i pronostici più cauti, si sta facendo largo tra le pieghe di una classifica che racconta di un quarto posto sorprendente, ma sempre più solido. La squadra guidata da Cesc Fabregas ha trasformato quella che fino a pochi mesi fa appariva un’utopia in una concreta possibilità statistica, trascinando con sé l’entusiasmo di una piazza che, per citare le parole del sindaco Alessandro Rapinese, vorrebbe sentir risuonare al Sinigaglia la “musichetta” della massima competizione europea. Tuttavia, se il campo sta fornendo risposte inequivocabili, l’aspetto burocratico e infrastrutturale – quello che prescinde dalla forma fisica dei calciatori – sta delineando uno scenario molto più complesso, fatto di vincoli normativi e adeguamenti strutturali che il club dovrà inevitabilmente affrontare per non vanificare lo sforzo sportivo.
Il nodo delle liste Uefa: non basta il talento, servono i “cresciuti”
Uno dei primi scogli che il Como si troverebbe ad affrontare, nel caso di qualificazione alla Champions League, riguarda la composizione delle liste di gioco. Se in Serie A la normativa concede una deroga importante per i calciatori Under 23 – i quali non occupano slot nella lista dei 25 – in ambito Uefa il discorso cambia radicalmente. Il regolamento europeo non prevede questa eccezione, imponendo invece un rigido vincolo: devono essere inseriti obbligatoriamente otto giocatori “formati nel club” o “formati nel paese”, quattro per ciascuna categoria. Analizzando l’attuale organico a disposizione di Fabregas, emerge con chiarezza come la squadra sia stata costruita secondo una logica di mercato internazionale, con un occhio di riguardo per i giovani talenti, ma con un numero esiguo di elementi che soddisfano i requisiti Uefa. Difensori come Goldaniga o il terzo portiere Vigorito rappresentano attualmente le poche pedine che rispondono a questi criteri, mentre i tanti giovani aggregati in prima squadra, pur essendo stati inseriti nelle liste della Serie A, non hanno alle spalle quel percorso triennale di formazione nel settore giovanile italiano richiesto dalla massima competizione continentale. Per questo motivo, la dirigenza si troverebbe obbligata a orientare il prossimo mercato verso un profilo specifico, inseguendo giocatori “made in Italy” o comunque cresciuti nel calcio italiano, per tamponare una carenza strutturale che altrimenti costringerebbe il club a ridurre drasticamente il numero di calciatori utilizzabili.
I conti in ordine e l’accordo con l’Uefa: il settlement agreement in arrivo
Se la composizione della rosa rappresenta una sfida tecnica, il quadro economico-finanziario ne costituisce un’altra, forse ancor più vincolante. La famiglia Hartono, proprietaria del club, ha investito con grande decisione per risalire dalla Serie B alla zona alta della classifica: nelle ultime due sessioni di mercato sono stati spesi oltre 150 milioni di euro, una cifra che, per quanto funzionale al salto di qualità, ha determinato perdite pesanti nei bilanci, con un passivo di circa 105 milioni di euro registrato nel giugno 2025. Finché il Como non partecipava a competizioni europee, questi numeri sfuggivano al controllo stringente dell’Uefa, ma con l’ipotetico approdo in Champions League scatta l’obbligo di sottoporsi alle regole del Financial Fair Play. Non si tratta di una sanzione immediata, ma di un processo: il club verrebbe sottoposto a un controllo approfondito da parte dell’organo di controllo finanziario dell’Uefa, con la conseguente probabile stipula di un cosiddetto “settlement agreement”. Si tratta di un accordo pluriennale – già sperimentato da club come Roma e Aston Villa – che impone un piano di rientro dai deficit e il progressivo allineamento dei conti entro parametri prestabiliti. Un meccanismo che, di fatto, comporterebbe una pianificazione rigorosa delle spese e una riduzione dei margini di manovra sul mercato, almeno finché il club non riuscirà a incrementare in maniera significativa i propri ricavi commerciali, oggi ancora non all’altezza degli ingenti investimenti sostenuti.
Il Sinigaglia e l’alternativa Reggio Emilia: uno stadio non ancora europeo
L’ultimo, e forse più evidente, dei problemi riguarda lo stadio Giuseppe Sinigaglia, incastonato tra il lago e la città in una cornice unica, ma oggi inadeguato per ospitare le notti europee. Le normative Uefa, che già lo scorso anno avevano costretto il club a indicare Udine come struttura alternativa per ottenere la licenza, impongono standard rigorosi che vanno ben oltre la semplice capienza (soglia minima di 8.000 posti, ampiamente rispettata). Le criticità riguardano la natura stessa delle strutture: la Curva, ad esempio, presenta ancora elementi tubolari provvisori che non rientrano nei canoni di sicurezza richiesti dall’Uefa, che esige fondazioni permanenti e certificate. A ciò si aggiungono i parametri tecnici relativi al manto erboso, che necessita di dimensioni maggiori (almeno 68 metri di larghezza) con gli spazi tecnici adeguati per panchine e riscaldamento, oltre alla carenza di posti auto per i media e per i rappresentanti delle delegazioni ufficiali, un numero oggi considerato insufficiente per gli standard internazionali. La società è ben consapevole di questo ritardo e, nonostante siano stati stanziati diversi milioni per avviare i lavori di adeguamento, i tempi appaiono strettissimi: se la qualificazione arrivasse, e se i lavori non fossero completati entro settembre 2026, il Como dovrebbe giocare le proprie partite casalinghe altrove. L’ipotesi più concreta, allo stato attuale, è quella del Mapei Stadium di Reggio Emilia, struttura già utilizzata in passato dall’Atalanta come “casa” provvisoria nelle sue prime esperienze europee, una soluzione logistica che, per quanto efficace, priverebbe il club dell’effettivo vantaggio del fattore campo sul proprio lago.




