Lutto a Hollywood, addio a Robert Duvall: il cinema piange il gigante dal volto d'acciaio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il mondo del cinema ha salutato per l'ultima volta uno dei suoi interpreti più autorevoli e rispettati. Robert Duvall, l'attore dallo sguardo intenso capace di attraversare sette decenni di storia del grande schermo, è morto domenica 15 febbraio all'età di 95 anni. A darne l'annuncio è stata la moglie Luciana Pedraza, che ne ha confermato il decesso avvenuto serenamente tra le mura domestiche, nella residenza di Middleburg, in Virginia, circondato dall'affetto dei propri cari. La notizia ha rapidamente fatto il giro del mondo, suscitando un'ondata di commozione autentica tra colleghi e appassionati, un coro unanime nel riconoscere la statura di un artista che ha lasciato un segno indelebile nella settima arte con interpretazioni cesellate in capolavori come Il Padrino e Apocalisse Now.

Della sua carriera, costellata da sette nomination al Premio Oscar — una delle quali, nel 1982, si trasformò nella vittoria della statuetta come miglior attore protagonista per Tender Mercies - Un tenero ringraziamento — si ricordano la versatilità e la profondità con cui dava vita ai personaggi. Che si trattasse del pacato consigliere Tom Hagen, ruolo che gli valse la prima candidatura, o del vulcanico e surreale tenente colonnello Kilgore in Apocalisse Now di Francis Ford Coppola, Duvall possedeva il dono raro di rendere memorabile ogni singola inquadratura. E se per molti la sua battuta sull'odore del napalm al mattino è entrata nell'immaginario collettivo, per la critica il suo capolavoro rimane forse il Mac Sledge del film di Bruce Beresford, un musicista country in declino che cerca riscatto, un'interpretazione costruita su silenzi e sfumature piuttosto che su plateali esibizioni di tecnica attoriale. Lo stesso Duvall, d'altronde, prediligeva il ruolo del ranger Gus McCrae nella miniserie Lonesome Dove, un western crepuscolare che lui stesso definiva una sorta di Padrino del genere.

Quel gruppo di ragazzi a New York e l'amicizia con Hackman, Caan e Hoffman

La genesi del suo talento affonda le radici nella New York del 1955, quando un gruppo di giovani squattrinati ma animati dalla stessa ossessione per la recitazione frequentava la Neighborhood Playhouse School of Theatre. Con loro c'erano Gene Hackman, James Caan e Dustin Hoffman, amici fraterni con i quali condivise non solo il sogno americano ma anche un appartamento e i primi, duri anni di gavetta. Di quel manipolo di ragazzi destinati a riscrivere le regole della recitazione cinematografica, dopo la scomparsa di Duvall, rimane oggi il solo Dustin Hoffman a testimoniare quella stagione irripetibile. Il legame con loro, e in particolare con Hackman, era rimasto saldo nel tempo, una fratellanza artistica nata nei teatri off di Manhattan e proseguita sui set più importanti del mondo. Non a caso, furono proprio i vecchi compagni di strada come Al Pacino e Robert De Niro — quest'ultimo suo collega sul set del film di Coppola — a ricordarlo con parole di stima profonda, definendolo un gigante e un attore nato.

Dagli esordi in *Il buio oltre la siepe* all'Oscar meritato

La carriera di Duvall era iniziata ufficialmente nel 1962, quando un ruolo senza battute ma di fondamentale importanza, quello di Boo Radley in Il buio oltre la siepe, lo proiettò all'attenzione della critica. Fu lo sceneggiatore Horton Foote, che lo aveva visto recitare a teatro, a volerlo a tutti i costi sul set. Da quel momento, la sua ascesa fu inarrestabile, sebbene segnata da una costante ricerca di ruoli autentici lontani dai riflettori di Hollywood. Preferiva la vita nel suo ranch in Virginia ai red carpet, e non fece mai mistero di disprezzare certi meccanismi dell'industria cinematografica. Rifiutò, per principio e per una questione di equità economica, di partecipare al terzo capitolo de Il Padrino quando si accorse che il compenso offertogli era di gran lunga inferiore a quello di Al Pacino. Una scelta di integrità che dice molto dell'uomo, così come la decisione di autofinanziarsi e dirigere The Apostle nel 1997, pellicola che gli valse un'altra nomination all'Oscar e che dimostrò la sua instancabile voglia di raccontare storie complesse, come quella di un predicatore texano in fuga dai propri demoni.

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