È morto Robert Duvall, l’attore che recitava piano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se n’è andato nella sua casa di Middleburg, in Virginia, a novantacinque anni, e l’annuncio, come spesso accade quando a scomparire è una personalità schiva, è arrivato con la sobrietà che ne aveva contraddistinto l’esistenza privata: l’ha fatto sapere la moglie Luciana, la quarta, l’argentina incontrata a Buenos Aires per un casuale incrocio di sguardi in una panetteria del quartiere Retiro, colei che – ed è la stessa Pedraza a scriverlo in un epitaffio affidato a Facebook – lo definiva “tutto” per sé, anche se per il mondo resterà sempre uno dei più grandi attori della sua generazione -1-5-8. Robert Duvall, che amava farsi chiamare Bob, lascia un’eredità artistica sterminata: quasi cento film, decine di produzioni televisive, un Oscar vinto – e forse è il paradosso che più colpisce – per quello che probabilmente è il suo lungometraggio meno citato dal grande pubblico, quel Teneri ringraziamenti di Bruce Beresford dove interpretava un cantante country alcolizzato in cerca di riscatto, e poi altre sei nomination, a testimonianza di una longevità critica che attraversa decenni -1-2-4.

Eclettico lo era, eccome, al punto che riesce difficile incasellarlo in una definizione univoca: caratterista di razza, certo, ma anche protagonista assoluto quando serviva, capace di passare dal consigliere silenzioso e imbalsamato nei suoi abiti scuri del Padrino – quel Tom Hagen che rifiutò di interpretare nella terza parte per una questione di compenso, e che gli valse la prima candidatura all’Academy – al colonnello Kilgore di Apocalypse Now, figura quasi mitologica per quel suo amore dichiarato per l’odore del napalm al mattino, una frase che Francis Ford Coppola gli mise in bocca su testo di John Milius e che è entrata nell’immaginario collettivo come poche altre -1-3-4. Eppure, Duvall quella battuta la pronunciava piano, senza gridare, quasi sottovoce, e in quel contrasto tra la violenza della scena e la calma innaturale della sua dizione risiedeva gran parte della sua grandezza.

Nato a San Diego nel 1931, figlio di un contrammiraglio della Marina, avrebbe potuto seguire le orme paterne ma scelse la recitazione, studiando al Principia College dell'Illinois e poi a New York, al Neighborhood Playhouse, dove condivise camera e stenti con Dustin Hoffman e l’amicizia con Gene Hackman: erano i ruggenti anni Cinquanta e loro tre, giovanotti sconosciuti, affinavano quel mestiere che li avrebbe resi pilastri della recitazione americana -3-4-8. Il debutto sul grande schermo arrivò nel 1962 con Il buio oltre la siepe, nel ruolo di Boo Radley, il vicino misterioso che non pronuncia quasi parola: una performance muta, fatta solo di sguardi e presenza fisica, che già diceva tutto sul suo metodo, sull’idea che l’attore deve innanzitutto abitare il personaggio, non interpretarlo -3-8. Da lì in poi, una sfilata di ruoli memorabili: il capitano Frank Bullitt inseguito da Steve McQueen, il pards Gus McCrae in Lonesome Dove – che lui stesso indicava come il suo preferito in assoluto – fino alle incursioni nel western con True Grit accanto a John Wayne, o il predicatore tormentato e autoredento de L’apostolo, film che scrisse, diresse e interpretò, guadagnandosi un’altra nomination -2-4.

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