L’addio a Robert Duvall, lo sguardo d’acciaio di Hollywood che recitava piano
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Redazione Esteri
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Se ne è andato serenamente, come ha tenuto a precisare la moglie Luciana affidando l’annuncio a un post su Facebook. Robert Duvall è morto domenica 15 febbraio nella sua casa di Middleburg, in Virginia, all’età di novantacinque anni. Con lui se ne va uno degli ultimi grandi interpreti di quel cinema americano che sapeva essere insieme epico e intimo, potente e sfumato. La carriera di Duvall, lunga oltre sessant’anni, è costellata di ruoli che hanno lasciato un’impronta indelebile nell’immaginario collettivo: dal Tom Hagen, il pacato e lucido consigliere della famiglia Corleone ne Il Padrino, fino al colonnello Kilgore di Apocalypse Now, l’uomo che in pieno conflitto vietnamita poteva dichiarare il proprio amore per l’odore del napalm al mattino, quasi fosse una fragranza mattutina. Eclettico lo era, eccome, capace di passare con disinvoltura dal western alla commedia, dal dramma psicologico al film di guerra, accumulando nel tempo sette candidature all’Oscar e vincendone uno, forse proprio per il suo film meno chiacchierato, quel Tenero ringraziamento – Tender Mercies per il Titolo originale – dove vestiva i panni di un cantante country alcolizzato in cerca di redenzione.
La notizia della scomparsa, come spesso accade in questi casi, ha aperto un vaso di commemorazioni affettuose da parte di colleghi e ammiratori. Adam Sandler, che aveva lavorato con lui sul set di Hustle (2022), l’ha ricordato come un uomo “divertente da morire” e “uno dei più grandi attori che abbiamo avuto”, sottolineando la meraviglia che fosse poterci parlare e ridere insieme. Francis Ford Coppola, il regista che lo diresse in due dei suoi film più iconici, ha voluto salutarlo pubblicamente, riconoscendo in Duvall non solo un interprete, ma una parte fondamentale del suo immaginario cinematografico. E in effetti, guardando alla sua sterminata filmografia – quasi cento film e un numero incalcolabile di produzioni televisive – viene da pensare a un attore di repertorio alla Gene Hackman, un caratterista capace di attraversare almeno tre generazioni di Hollywood senza mai perdere quell’intensità, quello “sguardo d’acciaio” che era il suo marchio di fabbrica. Non era un divo classico, Duvall, non aveva la bellezza del leading man, ma possedeva una presenza scenica che riempiva lo schermo anche quando stava in silenzio, in disparte, a osservare. Il suo volto, segnato e asciutto, raccontava storie ancora prima che aprisse bocca.
Il Kilgore di Apocalypse Now e la chimera della semplicità
Parlare di Robert Duvall significa inevitabilmente fare i conti con il fantasma del colonnello Kilgore, il militare surfista di *Apocalypse Now* la cui battuta sull’odore del napalm è diventata un frammento di dialogo consegnato alla storia del cinema. Scritta da John Milius, quella frase – *I love the smell of napalm in the morning* – sulla carta poteva sembrare solo una delle tante iperboli di un film straripante, ma nella voce di Duvall, nel suo modo di scandirla quasi con riverenza, diventava la sintesi perfetta di una follia bellica e di una stranita umanità. Eppure, e qui sta la grandezza dell’attore, Duvall non era solo quello. Lui stesso, in più interviste, aveva raccontato di essere rimasto dispiaciuto quando Coppola tagliò una scena in cui Kilgore salvava un bambino vietnamita durante l’assalto, perché quel gesto, spiegava, avrebbe aggiunto complessità a un personaggio altrimenti troppo monolitico. Era questo il suo modo di intendere la recitazione: cercare sempre la verità del personaggio, anche nei suoi lati più oscuri o contraddittori. Non a caso, per prepararsi al ruolo del reduce Mac Sledge in *Un tenero ringraziamento*, guidò per più di mille chilometri attraverso il Texas, registrando accenti locali e suonando in gruppi country per calarsi nella parte del musicista fallito.
La fedeltà di Tom Hagen e l’addio a un’epoca
Prima di diventare il Kilgore immortale, Duvall era stato Tom Hagen, il consigliere dei Corleone. Un ruolo, quello del “consigliere” irlandese in una famiglia di italiani, che il critico David Thomson definì perfettamente cucito addosso all’attore: la sua efficienza, la sua capacità di fare da spalla ai “battitori” più carismatici come Brando o Pacino, il suo essere il “gioiello di famiglia” che tiene insieme i pezzi. Duvall, in *Il Padrino*, non alza mai la voce, non cerca la scena madrina, eppure è impossibile dimenticare il suo volto quando scopre che la moglie di Sonny è stata uccisa o quando, con pacatezza, gestisce gli affari più sporchi. Una fedeltà, quella al personaggio, che gli costò cara quando, per questioni economiche, decise di non partecipare al terzo capitolo della saga. Una perdita che tutti, critica e pubblico, hanno sempre rimpianto. Quella scelta, però, era anche un segno del suo carattere: un uomo che non amava gli sprechi, che preferiva dedicarsi a progetti personali come *L’apostolo* – film che scrisse, diresse, produsse e interpretò dopo dodici anni di gestazione – piuttosto che rincorrere il facile guadagno. E in questo, Duvall assomigliava ai personaggi che interpretava: uomini di poche parole, ma di una coerenza ferrea.
La vita accanto, tra Buenos Aires e la Virginia
A dare l’annuncio della sua scomparsa è stata Luciana Pedraza, la moglie argentina conosciuta negli anni Novanta per strada a Buenos Aires, durante uno dei suoi viaggi alla scoperta del tango. Quella passione per il ballo, nata dopo aver visto uno spettacolo, lo portò a frequentare l’Argentina per decenni e a girare *Assassination Tango*, film in cui volle proprio Luciana come co-protagonista. Quarantadue anni di differenza non furono mai un problema: “Per il mondo era un attore premio Oscar, per me era semplicemente tutto”, ha scritto lei nel commiato su Facebook, raccontando di un uomo che, lontano dai set, amava la buona tavola, la compagnia e il piacere di intrattenere gli amici nel salotto di casa. Quella casa in Virginia, dove trasformò un fienile in una sala da ballo per il tango, era diventata il loro rifugio, lontano dai riflettori di Hollywood. Duvall, che di matrimoni ne aveva alle spalle tre, tutti falliti, con Luciana aveva trovato una stabilità che durava da oltre vent’anni. L’ultimo addio, come ha specificato la famiglia, sarà un evento privato, senza cerimonie pubbliche, perché lui, l’uomo dallo sguardo d’acciaio che amava farsi chiamare “Bob”, probabilmente avrebbe preferito così.




