Lutto a Hollywood, se ne va Robert Duvall: il caratterista dal volto indimenticabile aveva novantacinque anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è spento all’età di novantacinque anni Robert Duvall, una delle colonne portanti della recitazione americana, figura imprescindibile per chiunque ami il cinema di qualità. La notizia, diffusa dalla moglie Luciana Pedraza con un messaggio toccante pubblicato sui social, parla di un addio avvenuto domenica scorsa, in modo sereno e nella sua casa in Virginia, circondato dall’affetto dei propri cari. Duvall lascia dietro di sé un’eredità artistica immensa, costruita in oltre sessant’anni di carriera, durante i quali ha saputo abitare i personaggi più disparati con un realismo e una sobrietà che pochi hanno saputo eguagliare. La sua scomparsa arriva a pochi mesi di distanza da quella di altri giganti della sua generazione, e il vuoto che lascia è incolmabile, soprattutto per un’epoca che di attori forgiati in quel modo, capaci di stare sul set con la naturalezza di chi vive e non recita, ne vede sempre meno.

Dalla parte del “finto” matto al consigliere dei Corleone: i ruoli che lo hanno consegnato alla storia

L’esordio per il grande schermo, per Duvall, risale al 1962, quando vestì i panni di Arthur “Boo” Radley in Il buio oltre la siepe, il film tratto dal romanzo di Harper Lee. Un ruolo quasi muto, quello dell’uomo nascosto tra le ombre, che lui rese memorabile con la sola potenza dello sguardo, un’interpretazione che già lasciava intravedere il suo straordinario talento per il non-detto. Da lì, la strada fu in salita, ma costellata di collaborazioni fondamentali, in particolare con Francis Ford Coppola, che lo volle prima in Un uomo da marciapiede e poi, in modo indimenticabile, nei primi due capitoli de Il Padrino. Lì Duvall è Tom Hagen, il consigliere della famiglia, l’uomo che risolve i problemi con la calma glaciale di chi conosce le regole del gioco, un ruolo per cui ottenne la prima delle sue sette candidature all’Oscar. E sempre con Coppola, nel 1979, arrivò un’altra prova memorabile, quella del Colonnello Kilgore in Apocalypse Now, dove una frase, quella sull’odore del napalm al mattino, sarebbe entrata nell’immaginario collettivo come poche altre.

L’Oscar e una carriera senza etichette, tra western e impegni personali

Sebbene molti lo ricordino per i personaggi “duri” o per le sue incursioni nel western, genere che amava particolarmente – e basti pensare alla sua interpretazione in Lonesome Dove, che lui stesso considerava il “Padrino dei western”, o al più recente Broken Trail che gli valse un Emmy – Duvall non è mai stato un attore facilmente etichettabile. La statuetta come miglior attore protagonista la vinse nel 1983 per Tenero ringraziamento, dove interpretò un cantante country in declino, un ruolo che gli permise di mostrare tutta la sua vulnerabilità e per il quale cantò persino i brani dal vivo. La sua carriera è costellata di pellicole che hanno segnato epoche diverse: da Quinto potere a Il grande Santini, da L’apostolo – che diresse e produsse – a The Judge, uno dei suoi ultimi ruoli di rilievo. Fino al 2022, anno in cui è uscito il suo ultimo film, The Pale Blue Eye per Netflix, a dimostrazione di una passione per il mestiere che non si è mai spenta, nemmeno quando i riflettori si facevano meno invadenti. La notizia ha suscitato commozione a Hollywood, con colleghi come Robert De Niro, che ha sperato di poter vivere altrettanto a lungo, e Al Pacino, che lo ha definito "un attore nato", uniti nel ricordo di un interprete autentico e senza tempo.

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