Robert Duvall, l’attore che amava l’odore del napalm al mattino, è morto a 95 anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è spento domenica 15 febbraio nella sua casa di Middleburg, in Virginia, Robert Duvall. A darne l’annuncio, attraverso un messaggio pubblicato sui social, è stata la moglie Luciana Pedraza, che lo ha definito, in poche ma intense parole, l’uomo che per lei era “semplicemente tutto”. L’attore, che di lì a qualche settimana avrebbe compiuto 96 anni, lascia un’eredità artistica tra le più vaste e rispettate di Hollywood, una filmografia che attraversa generi e decenni e che lo ha visto lavorare con i più grandi registi della storia del cinema. Il suo nome, per il grande pubblico, resterà per sempre legato a due personaggi in particolare, entrambi nati dalla fantasia di Francis Ford Coppola: il pacato e pragmatico consigliere Tom Hagen nella saga de Il Padrino e il leggendario tenente colonnello Bill Kilgore in Apocalypse Now, colui che, in una scena entrata nell’immaginario collettivo, confessava il suo amore per l’odore del napalm al mattino.

Eppure, e non è un paradosso, Duvall non amava essere incasellato nel ruolo del divo. La sua carriera, lunga oltre sessant’anni, è stata costellata da decine di interpretazioni, spesso in parti da caratterista o da comprimario, ruoli che lui stesso prediligeva perché gli consentivano quella libertà espressiva che il peso della protagonismo probabilmente gli avrebbe precluso. Una filosofia di vita che amava raccontare con autoironia, spiegando di aver fatto l’attore per la sua manifesta incompetenza in qualsiasi altra professione avesse tentato di intraprendere. Il suo esordio sul grande schermo risale al 1962, quando interpretò il misterioso e silenzioso Boo Radley in Il buio oltre la siepe, un ruolo privo di dialoghi che già lasciava intravedere la sua straordinaria capacità di comunicare con lo sguardo e la presenza fisica. Da lì, una scalata fatta di western, film di guerra e drammi familiari, che lo portarono a collaborare con registi del calibro di Robert Altman in MASH* e di Sam Peckinpah in L’oro di Mackenna.

L’Oscar arrivato con un film intimista e l’emmy per il western televisivo

Nonostante le sette nomination ricevute dall’Academy, la statuetta più ambita Duvall la ottenne solo nel 1983, e forse non per il ruolo che molti consideravano il suo cavallo di battaglia. Fu Un tenero ringraziamento di Bruce Beresford a regalargli l’Oscar come miglior attore protagonista. In quel film, Duvall vestiva i panni di Mac Sledge, un cantante country alcolizzato in cerca di riscatto, un’interpretazione lontana dai clamori bellici di Kilgore o dalle trame oscure della mafia newyorkese, ma costruita su silenzi e sfumature, su una recitazione trattenuta che gli permise di comporre e cantare personalmente i brani della colonna sonora. Quella vittoria, al suo quarto tentativo, rappresentò il coronamento di un percorso fatto di personaggi memorabili, come il tormentato Bull Meechum in Il grande Santini o il predicatore di L’apostolo, film che scrisse, diresse e produsse in proprio, dimostrando una volta di più il suo totale coinvolgimento nell’arte della narrazione.

Già negli anni Duemila, quando molti suoi coetanei avevano da tempo abbandonato i set, Duvall continuò a lavorare con inesauribile passione. Nel 2007, all’età di 76 anni, si aggiudicò il suo primo Emmy Award per la straordinaria interpretazione nella miniserie western Broken Trail – Un viaggio pericoloso, diretta da Walter Hill. Un riconoscimento che arrivò in un momento storico in cui il genere western sembrava ormai un capitolo chiuso, ma che grazie alla sua presenza scenica tornò prepotentemente in auge. Tra i suoi ultimi lavori, tutti girati dopo gli ottant’anni, figurano The Judge del 2014, dove recitava accanto a Robert Downey Jr., e più recentemente The Pale Blue Eye, thriller gotico di Scott Cooper distribuito da Netflix nel 2022, a dimostrazione di una vitalità artistica che non conosceva tramonto.

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