L'ultimo ciak per Robert Duvall, lo sguardo d'acciaio di Hollywood se n'è andato a 95 anni
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Redazione Esteri
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Aveva quello sguardo, Robert Duvall, capace di passare dalla più glaciale delle determinazioni — quella del colonnello Kilgore che in Apocalypse Now ama l’odore del napalm al mattino — alla vulnerabilità di un uomo distrutto dall’alcol in Tender Mercies - Un tenero ringraziamento, il film che, forse paradossalmente vista la sterminata filmografia, gli valse l’unico Oscar come miglior attore protagonista. Se n’è andato domenica, all’età di novantacinque anni, nella sua casa di Middleburg, in Virginia. Ad annunciarlo è stata la moglie Luciana Pedraza, la quarta, con un post su Facebook che aveva la cadenza di un epitaffio intimo e personale, lontano dai riflettori di Hollywood nonostante fossero quelli, quelli stessi riflettori, ad averlo reso una leggenda. “Per il mondo era un attore premio Oscar”, ha scritto lei, “per me era semplicemente tutto”. Una dichiarazione d’amore che chiude un cerchio lungo una vita, costellata di personaggi memorabili e di una versatilità che pochi hanno avuto, nella storia del cinema americano -2-5.
Nato in una famiglia di tradizioni lontane dal set — il padre era un ammiraglio — Duvall aveva imparato il mestiere sui palcoscenici di New York, condividendo stanza e aspirazioni con due altri ragazzi che sarebbero diventati giganti: Dustin Hoffman e Gene Hackman. Insieme a loro, rappresentava quella generazione di attori formati all’Actors Studio, capaci di cesellare ogni ruolo con una precisione quasi maniacale. Il suo esordio sul grande schermo, nel 1962, fu in Il buio oltre la siepe, nei panni di Boo Radley, il vicino misterioso e muto che alla fine protegge i bambini Scout e Jem. Già lì, pur senza parole, il suo e il suo sguardo raccontavano un’intera esistenza di solitudine. Fu lo sceneggiatore Horton Foote, che lo aveva visto recitare in un suo dramma, a volerlo a tutti i costi. E sarebbe stato sempre Foote, anni dopo, a scrivere per lui Tender Mercies, regalandogli quel Mac Sledge, cantante country in declino, che gli avrebbe consegnato la statuetta nel 1984 -2-3.
Ma il pubblico, si sa, tende a fissare i miti in un’immagine sola, e per molti Duvall resterà per sempre il consigliere Tom Hagen del Padrino, l’uomo pacato e rispettoso che teneva insieme i fili della famiglia Corleone, o quel tenente colonnello Kilgore che in Apocalypse Now ordinava un attacco in elicottero sulle note di Wagner e poi, conquistata la spiaggia, si preoccupava delle onde per fare surf. Personaggi secondari solo sulla carta, perché nella pratica Duvall aveva il dono di rubare la scena senza mai alzare la voce, anzi, spesso abbassandola fino a trasformare il sussurro in un marchio di fabbrica. Pochi minuti di apparizione, come in Vietnam, e l’immaginario collettivo veniva segnato per sempre -1-2-4.
Il caratterista che diventò protagonista, tra rodei e colonnelli
Se è vero che i ruoli di supporto lo avevano reso celebre, Duvall non disdegnava certo la prima linea. Anzi, quando poteva scegliere, andava a cercare storie difficili, personaggi complessi come il predicatore di L’apostolo — film che scrisse, diresse e interpretò guadagnandosi un’altra nomination — o il rude Bull Meechum in Il grande Santini. In quasi cento film e una miriade di produzioni televisive, la sua carriera è stata un susseguirsi di trasformazioni: dal western Il grinta con John Wayne al western televisivo Lonesome Dove, che lui stesso indicava come il suo lavoro preferito. E poi Stalin, e A Civil Action, e ancora The Judge nel 2014, che gli valse l’ultima delle sette candidature all’Oscar -1-2-8.
Quando il sistema di Hollywood cominciava a stargli stretto, Duvall faceva da sé. Prendeva la macchina da presa e raccontava ciò che amava, come il tango argentino in Assassination Tango, che gli permise anche di esibire una passione privata diventata pubblica: fu proprio in Argentina che incontrò Luciana Pedraza, nata il suo stesso giorno, 5 gennaio, ma quarantuno anni dopo di lui. Un amore che durò fino alla fine, diviso tra Los Angeles, il Sudamerica e quella fattoria in Virginia dove Duvall aveva trasformato il fienile in una sala da ballo -2-8.
I messaggi di cordoglio, inevitabili e sentiti, sono arrivati da ogni dove. Adam Sandler, che aveva lavorato con lui nel recente Hustle (2022), lo ha ricordato come uno degli attori più grandi e, allo stesso tempo, un uomo “divertente da morire” con cui parlare e ridere. E Francis Ford Coppola, il regista che gli diede il ruolo di Tom Hagen, ha voluto sottolineare come la grandezza di Duvall non morirà mai, perché resta impressa in ogni fotogramma dei film che ha abitato -2. Una vita spesa a raccontare storie, la sua, senza mai cercare il clamore. Anche la cerimonia funebre, secondo quanto comunicato dalla famiglia, non ci sarà. Chi vorrà salutarlo potrà farlo guardando un bel film, magari seduti a tavola con gli amici, o facendo un giro in campagna. Proprio come piaceva a lui -6.




