Cecchetto e il caso Sal da Vinci: “La musica napoletana è la più viva, le polemiche sulla vittoria a Sanremo sono esagerate”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Difende a spada tratta il trionfo di Sal da Vinci all’ultimo Festival di Sanremo, Claudio Cecchetto, e lo fa con un argomento che sposta il dibattito dal piano del gusto personale – sempre opinabile, ça va sans dire – a quello della rilevanza culturale e territoriale. Intervenuto a “La Confessione” di Peter Gomez, in programma su Rai 3, il noto talent scout e discografico ha definito “esagerate” le polemiche che hanno accompagnato la vittoria del cantante napoletano con “Per sempre sì”, brano che a suo giudizio ha il merito di identificare in maniera autentica un territorio. La sua, ha tenuto a precisare Cecchetto, non è una questione di genere musicale, visto che quello di Da Vinci non rientra propriamente nei suoi ascolti abituali, ma è una constatazione: oggi la musica napoletana vive un momento di straordinaria vitalità, capace persino di imporsi sullo scranno più istituzionale della canzone leggera italiana. Un’affermazione, la sua, che getta una luce diversa su un successo che, al netto dei numeri, continua a far discutere l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori ben oltre la cornuca dell’Ariston.

Un successo costruito sui dettagli, tra numeri e pregiudizi

La vittoria di Salvatore Michael Sorrentino, questo il nome all’anagrafe di Sal da Vinci che poi newyorchese di nascita è, non è stata né una cavalcata trionfale né un plebiscito popolare in senso stretto. I dati diffusi al termine della kermesse condotta da Carlo Conti raccontano una fotografia piuttosto nitida di quanto accaduto nella serata finale: a spuntarla è stata una combinazione di voti, dove il peso della sala stampa e delle giurie delle radio ha finito per ribaltare l’orientamento del pubblico da casa. Se il televoto premiava infatti il giovane Sayf con il 26,4% delle preferenze, lasciando il napoletano fermo al 23,6%, il giudizio dei professionisti ha preferito la sua “Per sempre sì” facendo pendere l’ago della bilancia dalla sua parte con un distacco infinitesimale, lo 0,3% che in termini percentuali complessivi ha sancito il primo posto al 22,2% contro il 21,9% del diretto inseguitore. Una vittoria di misura, insomma, che ha riaperto il dibattito sul meccanismo di voto, ma che soprattutto – ed è questo l’aspetto su cui si è concentrata buona parte della discussione post-festival – ha riacceso i riflettori su un certo modo di guardare a Napoli e alla sua produzione artistica, quasi che la provenienza geografica debba sempre fare aggio su qualsiasi altra considerazione estetica o musicale. Il fatto che lo stesso Da Vinci possegga anche la cittadinanza americana, peraltro, è dettaglio che sembra scomparire nei commenti, laddove prevale invece l’etichetta regionalista.

Lo scontro televisivo e le parole che bruciano

La polemica, del resto, non è rimasta confinata alle colonne dei giornali o ai commenti sui social, ma è approdata in televisione con toni a tratti piuttosto accesi. Il detonatore principale è stata la definizione del vicedirettore del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, che in una sua rubrica aveva definito il brano di Da Vinci non solo “la più brutta canzone della storia del Festival”, ma l’aveva anche paragonata alla “colonna sonora di un matrimonio della camorra”. Parole pesanti, che hanno costretto lo stesso giornalista a intervenire telefonicamente a “La volta buona” di Caterina Balivo per provare a chiarire la sua posizione. In studio, a difendere l’artista si era schierata proprio la conduttrice, sostenendo come ci fosse quasi una sofferenza di fondo nell’accettare che un artista campano possa finalmente valicare i confini regionali e arrivare al successo nazionale, e con lui Guillermo Mariotto, che aveva parlato esplicitamente di “pregiudizio”. Cazzullo, da parte sua, ha ribadito il suo amore per Napoli e per la sua tradizione musicale più alta – citando Pino Daniele, Arbore, i Bennato – ma ha rivendicato il diritto di non gradire quella che ha definito una “Napoli coreografica”, quella che a suo dire piacerebbe a chi la città in realtà non la conosce o addirittura la detesta. Concetti ribaditi e ulteriormente dettagliati in una replica successiva a un lettore, dove ha parlato di una “attitudine strappacore, enfatica, consolatoria” che poco avrebbe a che fare con la vera cultura partenopea, pur riconoscendo a Nino D’Angelo o Geolier – piacciano o meno – il merito di essere voci originali.

La risposta della città e le voci a difesa di una tradizione

Alle parole di Cazzullo hanno fatto seguito diverse reazioni, a dimostrazione di quanto il nervo scoperto del rapporto tra Napoli e la sua rappresentazione mediatica sia sempre pronto a vibrarre. Tra le voci più autorevoli a prendere le difese di Sal da Vinci c’è stata quella di Luigi de Magistris, ex sindaco della città, che in un’intervista ha parlato di un “giudizio fondato su un pregiudizio” e di una vera e propria “canea” che a ogni edizione del Festival si scatenerebbe contro Napoli e i napoletani, rievocando quanto già accaduto in passato con Geolier. De Magistris ha citato Pino Daniele per ricordare come Napoli sia una “città-mondo”, fatta di sensibilità diverse che coesistono, e come l’artista vincitore sia in realtà espressione di un percorso di gavetta che dal teatro e dalla canzone popolare lo ha portato al successo, legittimo tanto quanto quello di altri interpreti più riconducibili a un’immagine alternativa della città. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto il comico Alessandro Siani, il quale ha rivendicato per la canzone napoletana una funzione storica di “racconto collettivo” e di grammatica sentimentale condivisa, lontana anni luce da qualsiasi stereotipo. “Per sempre sì”, in questa lettura, non sarebbe che un frammento di quella lunga tradizione, un brano popolare che parla d’amore e di promesse senza alcuna pretesa se non quella di essere fedele a un sentire comune. Mentre alcuni provano a spiegare Napoli con le categorie della cronaca, insomma, la città continua a raccontarsi attraverso la musica, e il responso del pubblico – quello che ha decretato il successo all’Ariston – forse è l’unico veramente inappellabile.

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