Parolin e Leone XIV rilanciano la diplomazia vaticana: dalla Pontificia Accademia Ecclesiastica una risposta concreta alla crisi globale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’eco del 325esimo anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica (Pae) risuona ben oltre i confini del rione Pigna, dove sorge la sede di piazza della Minerva, portando con sé un’urgenza che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha tradotto in parole nette: quella di delineare “percorsi concreti di pace, fatti di principi, regole e strutture garanti dell’ordine tra le Nazioni”. Non si tratta, nella visione del porporato, di un semplice richiamo agli ideali, bensì di una risposta operativa alla crisi profonda che attanaglia l’ordine internazionale, un sistema messo in ginocchio dal ritorno alla forza bruta e dal dileggio del diritto pattizio. In un’intervista rilasciata ai media vaticani in occasione delle celebrazioni, Parolin ha ribadito come questa istituzione – nata nel lontano 1701 per volere di Clemente XI – sia oggi chiamata a formare non semplici funzionari, ma “sacerdoti con le valigie in mano”, riprendendo la celebre metafora di Francesco, capaci di leggere i segni dei tempi in scenari dove la Chiesa è perseguitata o dove, al contrario, dilaga l’indifferenza religiosa.

La riforma della “scuola dei nunzi” tra alta formazione e testimonianza

A gettare una luce nuova su questa antica fucina di diplomatici è stato il recente passato pontificio, con il Chirografo “Il ministero petrino” che ha ridisegnato la struttura della Pae, conferendole personalità giuridica pubblica e la dignità di Istituto di alta formazione accademica in Scienze diplomatiche. Siamo quindi di fronte a un salto di qualità: se prima la preparazione era prevalentemente pratica, oggi agli alunni – giovani sacerdoti provenienti da 28 Paesi, attualmente 37 – verrà richiesto di conseguire licenze e dottorati, studiando discipline giuridiche economiche e politologiche senza mai perdere di vista quella “stretta connessione con le discipline ecclesiastiche” che costituisce il tratto distintivo della Santa Sede. Francesco, come ricordano le cronache di questa riforma, aveva voluto inserire un anno missionario obbligatorio nel curriculum per scongiurare qualsiasi tentazione carrieristica, sottolineando che queste “doti sacerdotali del farsi prossimo” devono precedere qualsiasi abilità negoziale.

Leone XIV: “Siate ponti e canali” per la pace di Cristo

Ad accogliere l’eredità di quella riforma è stato, giovedì pomeriggio, papa Leone XIV, giunto in visita privata presso l’Accademia. Accolto dal saluto di una folla di turisti che affollava piazza della Minerva, il Pontefice ha voluto tratteggiare un ritratto nitido e al contempo esigente del sacerdote diplomatico, definendolo un “messaggero dell’annuncio pasquale”. Il Papa, incontrando i superiori e gli alunni, ha spiegato che costoro sono chiamati a essere “ponti” e “canali” in un mondo “segnato da tensioni” che sembra fare dei conflitti l’unico metodo per risolvere le divergenze. Non c’è spazio, nel discorso di Leone XIV, per un buonismo retorico: il diplomatico pontificio è tale perché testimone di una Verità che è Cristo, e lo fa portando nel consesso delle Nazioni “la parola che si è fatta carne”, rifiutando le astrazioni ideologiche che spesso paralizzano il dialogo.

La difesa dei diritti come unico antidoto alla contrapposizione

Nell’omelia laica che ha offerto ai futuri nunzi, il Pontefice – che siede sulla cattedra di Pietro da ormai un anno, in un’epoca segnata dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni in Medio Oriente – ha elencato quelle che consider le priorità inderogabili: la tutela della vita e la libertà religiosa. L’invito, ha scandito Leone XIV, è quello di indicare una via alternativa alla “contrapposizione e alla rivendicazione”, per concentrarsi invece sulla “promozione della cooperazione internazionale”. Questa posizione, del resto, riecheggia l’analisi già espressa dal segretario di Stato Parolin, il quale aveva sottolineato come di fronte alla crisi del multilateralismo, siano proprio questi principi – regole e strutture condivise – a poter arginare la deriva di un mondo dove la diplomazia appare “limitata nella sua azione”. In un momento storico in cui la persuasione sembra avere perso terreno rispetto alla coercizione, la lezione che esce dalla Pontificia Accademia Ecclesiastica è chiara: la pace non è un affare di potenza, ma di principi.

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