Mediobanca e Banca Generali, quel 3% che può ribaltare l’offerta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sarebbe un paradosso, ma non del tutto imprevedibile, se a decidere le sorti dell’offerta di Mediobanca su Banca Generali fossero proprio le azioni proprie detenute dall’istituto di Piazzetta Cuccia. Quelle stesse quote, pari al 3% del capitale, acquistate sul mercato e che potrebbero rivelarsi decisive in un’operazione già complessa, dove gli equilibri sono più fragili di quanto sembri. Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, ha fissato per il 16 giugno l’assemblea dei soci, chiamati a esprimersi su un passaggio cruciale: l’approvazione preventiva di eventuali modifiche all’offerta pubblica di scambio (Ops) su Banca Generali. Un voto che, stando alle indiscrezioni, potrebbe servire a Nagel per rendere più difficile l’eventuale controfferta di Banca Monte dei Paschi di Siena, operazione che – nonostante le smentite ufficiali – molti interpretano come una mossa difensiva.

Il consiglio di amministrazione di Mediobanca, nel documento inviato agli azionisti, ha ribadito che l’acquisizione di Banca Generali avrebbe una «valenza industriale», rappresentando «un progetto di significativa creazione di valore». Una posizione netta, contrapposta a quella di Mps, accusata di aver lanciato un’offerta «non concordata e fortemente distruttiva». Ma non tutti la pensano così. Francesco Gaetano Caltagirone, tra i principali azionisti di Mediobanca, ha già fatto sapere di opporsi all’operazione, sostenendo che l’istituto dovrebbe concentrarsi su altre priorità. Intanto, il ministero dell’Economia ha chiuso la porta a eventuali ripensamenti sul golden power in Unicredit, segnale di un contesto politico-finanziario che rimane teso.

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