Mediobanca, il no dei soci all'acquisizione di Banca Generali e l'offerta incombente di Mps
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Redazione Economia
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L’assemblea dei soci di Mediobanca, dopo un rinvio e un anticipo sul calendario iniziale, ha definitivamente affossato il progetto dell’amministratore delegato Alberto Nagel di acquisire Banca Generali. Un voto che, tra opposizioni nette e astensioni, segna una battuta d’arresto significativa per la strategia della banca d’affari, costringendola a ripensare il proprio posizionamento in un panorama finanziario in rapida evoluzione. La mancata operazione, che avrebbe creato un polo di indubbia forza nel private banking, priverebbe infatti Mediobanca di un argine difensivo proprio nel momento in cui si trova esposta all’offerta pubblica di scambio lanciata da Monte dei Paschi di Siena.
Le ragioni di questo stop risiedono, secondo alcuni analisti, in un retaggio storico che la banca non è mai riuscita completamente a superare. Il mantenimento per anni di quel "cordone ombelicale" rappresentato dalla partecipazione in Assicurazioni Generali – la quale costituisce quasi la metà del suo valore e degli utili – ha creato un intreccio anomalo. Questa struttura, come ebbe a dire Enrico Cuccia sdrammatizzando gli attacchi politici di un tempo, ha reso l’istituto non una macchina industriale pienamente autonoma, bensì un bersaglio costante nelle grandi partite del capitalismo italiano, un destino che oggi si manifesta con rinnovata evidenza.
Tutta l’attenzione si sposta ora, inevitabilmente, sull’offerta pubblica di scambio che Mps sta portando avanti sulla totalità del capitale di Mediobanca, il cui esito è atteso entro l’8 settembre. Il fallimento dell’accordo con Banca Generali, che avrebbe potuto permettere a Nagel di giustificare un rialzo del prezzo richiesto a Mps, lascia la banca in una posizione più vulnerabile. La partita, che si gioca in un clima già surriscaldato in Piazza Affari, entra dunque in una fase cruciale i cui esiti sono tutt’altro che scontati.




