Masci ce la fa, lo spauracchio del ballottaggio è solo un ricordo: la vittoria è sua con il 55 per cento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La chiamavano elezione suppletiva, una tornata parziale che per la sua natura stessa – il voto limitato a ventitré sezioni su centosettanta – portava con sé il germe dell’incertezza, la possibilità concreta di un ribaltone o quantomeno la prospettiva, per il centrosinistra, di trascinare Carlo Masci al ballottaggio; nulla di tutto questo è accaduto, perché il sindaco uscente, forte del 55,43 per cento raccolto in questi seggi, ha di fatto messo una pietra sopra alla vicenda giudiziaria che da mesi agitava le acque della politica cittadina. La percentuale, va detto, non è che la somma finale di un'operazione matematica iniziata nel giugno del 2024, quando Masci vinse per una manciata di voti – cinquecento e rotti, poi scesi a meno di cinquecento dopo il riconteggio – superando di misura quella fatidica soglia del cinquanta per cento che evitava il ballottaggio; una vittoria netta, se si guarda al distacco da Carlo Costantini, ma tecnicamente così risicata da rendere il ricorso al Tar prima e al Consiglio di Stato poi un'arma pericolosa nelle mani dell'opposizione.

La sentenza di Palazzo Spada, quella che aveva ridotto da ventisette a ventitré il numero delle sezioni da ripetere, aveva riaperto gli scenari più disparati, compreso quello di un possibile sorpasso se il vento fosse girato in quelle urne. E invece no, perché i quindicimila elettori chiamati nuovamente a esprimersi – un bacino comunque significativo, pari a circa il quindici per cento del elettorale cittadino – hanno sostanzialmente confermato la volontà già espressa un anno e mezzo prima, consegnando a Masci non solo la vittoria ma anche un margine, in quelle ventitré sezioni, che sfiorava in alcuni momenti dello spoglio il sessanta per cento. Una valanga di voti, la sua, che ha reso inutile qualsiasi calcolo proiettivo: la somma dei consensi del 2024 con quelli del 2025 ha superato ampiamente la soglia del cinquanta per cento complessivo, blindando la poltrona di sindaco e restituendo piena legittimità – se mai ve ne fosse stato bisogno – a un'amministrazione che in questi mesi aveva dovuto convivere con la spada di Damocle della parziale illegittimità.

Certo, la vicenda giudiziaria che ha portato a questa ripetizione del voto merita di essere raccontata nei suoi passaggi essenziali, perché non è tutti i giorni che un tribunale amministrativo annulla parzialmente un'elezione in ventisette sezioni per presunti errori formali, e non è nemmeno frequente che il Consiglio di Stato riduca il numero a ventitré ma confermi la necessità di tornare alle urne. Il cuore della questione, quella che ha fatto infuriare il centrodestra e che ha portato i legali di Masci a presentare ricorso, risiede nella natura stessa delle irregolarità contestate: schede mancanti, verbali incompleti, preferenze non verbalizzate, plichi elettorali danneggiati; errori che per i giudici sarebbero tali da minare la certezza del risultato in quei seggi, ma che per la maggioranza – come hanno ripetuto in coro Nazario Pagano, Lorenzo Sospiri e gli altri esponenti di FdI, Forza Italia e Lega – sarebbero null'altro che cavilli burocratici, vizi formali che nulla tolgono alla sostanza di un voto chiaro e inequivocabile.

E il voto di ieri e oggi, con un'affluenza che si è attestata al 55,94 per cento – sette mila ottocentoundici persone, sulle tredicimila novecentosessantaquattro aventi diritto – ha dato ragione a quella linea, dimostrando che la volontà popolare, quando viene chiamata a esprimersi nuovamente, tende a confermarsi piuttosto che a contraddirsi. Una lezione, questa, che il centrosinistra – e in particolare il Partito Democratico – dovrà probabilmente metabolizzare, perché se è vero che i numeri assoluti del 2024 vedevano Carlo Costantini al 34,24 per cento e Domenico Pettinari al 13,08, con Gianluca Fusilli all'1,73, è altrettanto vero che la speranza di recuperare quei cinquecento voti necessari a ribaltare l'esito si è infranta contro la realtà delle urne. I dem locali, attraverso i loro consiglieri comunali, avevano parlato di "inaudita gravità" e di "violazioni sistematiche", chiedendo che si facesse piena luce su tutta la vicenda; ma la luce, alla fine, è quella che proviene dalle schede, e quelle schede dicono che Pescara vuole ancora Masci alla sua guida.

Una menzione, in questo quadro, la merita anche il dato puramente tecnico della consultazione: il fatto che si sia votato solo in ventitré sezioni, e non in tutta la città, ha creato inevitabilmente qualche difficoltà organizzativa – si pensi ai presidenti di seggio, che come lo stesso Masci aveva sottolineato in passato vengono nominati dalla Corte d'Appello e che spesso sono volontari inesperti, esposti al rischio di commettere proprio quegli errori formali che poi finiscono per invalidare le elezioni – ma alla fine tutto si è svolto nella più totale regolarità, senza i brogli che qualcuno paventava e senza le contestazioni che qualcun altro sperava di poter sollevare. E mentre a Pescara si chiudeva questa partita, aperta ormai da troppo tempo, altrove si discuteva d'altro: il nome di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca dopo la sua rielezione, riecheggiava nei talk show nazionali, ma qui, in riva all'Adriatico, la politica era tutta racchiusa in quei seggi aperti e in quelle percentuali che scorrevano lente sui monitor.

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