Nexi crolla in borsa, Titolo al minimo storico dopo il piano al 2028: il mercato punisce la prudenza e l’assenza di buyback

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Redazione Economia Redazione Economia   -   È bastata una seduta per riportare Nexi ai livelli più bui della sua storia recente. Il titolo della paytech italiana, nel giorno del Capital Markets Day dedicato alla presentazione del nuovo piano strategico e dei conti relativi all’esercizio 2025, ha subito un tracollo verticale, arrivando a perdere fino a venti punti percentuali e toccando un nuovo minimo storico a 2,643 euro per azione. Una reazione brutale, quella di Piazza Affari, che ha spazzato via in poche ore miliardi di capitalizzazione e che fotografa inequivocabilmente il sentiment degli investitori di fronte alle indicazioni fornite dal management guidato da Paolo Bertoluzzo.

Il piano strategico, la maxi‑svalutazione e la reazione dei mercati

Il documento programmatico svelato alla comunità finanziaria, che getta lo sguardo fino al 2028, è stato giudicato dagli operatori come eccessivamente cauto, se non addirittura prudenziale, soprattutto per quanto riguarda le prospettive di crescita nel breve termine. Se da un lato il gruppo ha comunicato risultati in leggera crescita per l’anno appena concluso – con ricavi in aumento del 2,1% a 3,58 miliardi e un ebitda adjusted in progresso del 2,3% a 1,9 miliardi – dall’altro ha dovuto registrare una maxi‑svalutazione dell’avviamento, una rettifica di valore non monetaria che ammonta a circa 3,7 miliardi di euro e che ha comportato un rosso di bilancio pesantissimo, facendo scivolare il conto economico in una perdita di 3,37 miliardi, laddove un anno prima si era chiuso con un utile per 171 milioni.

Ma a pesare come un macigno sull’andamento del titolo sono state soprattutto le linee guida per il futuro. La società ha infatti delineato un orizzonte nel quale il ritorno a una crescita dei ricavi a ritmi mid‑single digit – quel cinque per cento tanto atteso – è previsto solo a partire dal 2028, un orizzonte temporale giudicato dagli analisti come troppo lontano e che di fatto ipoteca la possibilità di una rapida inversione di tendenza. Per l’esercizio in corso, il 2026, Nexi si aspetta una dinamica dei ricavi sostanzialmente allineata a quella dell’anno precedente e un ebitda in termini assoluti “sostanzialmente stabile”, penalizzato da investimenti strategici e da un contesto competitivo che resta particolarmente agguerrito, con la necessità di offrire scontistiche a grandi banche clienti per garantire il rinnovo dei contratti.

L’assenza del buyback, il disappunto degli investitori americani e le parole di Bertoluzzo

Un altro elemento che ha contribuito in maniera determinante alla débâcle borsistica è stata la mancata previsione, all’interno del piano, di un nuovo programma di riacquisto di azioni proprie. Una decisione, questa, che ha particolarmente deluso quegli azionisti, specialmente quelli di matrice statunitense, per i quali lo strumento del buyback rappresenta un veicolo privilegiato e fiscalmente efficiente per la remunerazione e il sostegno del titolo. Lo stesso amministratore delegato, nel corso della presentazione, ha riconosciuto apertamente lo scollamento con una parte della platea finanziaria, ammettendo che “non tutti gli investitori apprezzano questo tipo di prospettiva” e che “qualcuno, soprattutto gli americani, si aspettava un buyback”. Al posto del riacquisto di azioni, il consiglio ha proposto un aumento del dividendo a 350 milioni di euro per il 2026, equivalente a 0,30 euro per azione e in crescita del 20% rispetto all’anno precedente, ma questo non è bastato a placare gli animi.

Bertoluzzo ha poi motivato la scelta strategica sottostante, spiegando che il management ha inteso privilegiare una visione di lungo periodo, fatta di investimenti per consolidare la piattaforma tecnologica e presidiare un mercato in rapida evoluzione, piuttosto che assecondare le pressioni per un ritorno immediato di cassa. “Noi scegliamo sempre di privilegiare una visione di sostenibilità della crescita di lungo periodo – ha dichiarato il ceo – e in questo quadro fare un piccolo buyback non avrebbe avuto alcun senso”. Un ragionamento che, sebbene lineare nella logica industriale, si è scontrato con l’impazienza di un mercato che, dopo anni di calo del titolo, mal sopporta l’idea di dover attendere ulteriormente prima di vedere un’inversione di tendenza.

I conti sotto la lente, la pressione competitiva e il quadro macroeconomico incerto

Se le previsioni sul futuro hanno fatto da detonatore, non vanno sottaciuti i dati dell’ultimo trimestre 2025, risultati inferiori alle attese e tali da non fornire quella spinta di slancio che forse avrebbe potuto controbilanciare un outlook cauto. Nel quarto trimestre, infatti, l’ebitda ha mostrato una flessione dell’1% a 508,6 milioni, mentre i ricavi sono rimasti sostanzialmente piatti. Numeri che evidenziano come la pressione competitiva, esercitata da player internazionali come Adyen e Worldline e dall’avanzata delle fintech, stia erodendo i margini e costringendo Nexi a operare in un contesto in cui il pricing power si è notevolmente ridotto.

A ciò si aggiunge un quadro di mercato tutt’altro che sereno, come ammesso dallo stesso Bertoluzzo nel tentativo di contestualizzare il tonfo, e la necessità di digerire una svalutazione dell’avviamento che, seppur priva di effetti sulla cassa, rappresenta comunque una significativa riduzione del valore percepito degli asset iscritti a bilancio. In questo clima di incertezza, la promessa di una generazione di cassa in eccesso per circa 2,4 miliardi nel triennio 2026-2028 e di una distribuzione complessiva agli azionisti superiore a 1,1 miliardi sotto forma di dividendi non è riuscita a invertire la rotta. La convinzione prevalente tra gli analisti, con JPMorgan che prevede un taglio delle stime sul 2027 di circa il 5% e Jefferies che solleva interrogativi sugli investimenti necessari, è che il cammino per il rilancio della fintech italiana si preannunci ancora lungo e irto di ostacoli.

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