Il crollo del Milan: dopo il derby solo 7 punti, il quarto posto è un miraggio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il tempo delle attenuanti è definitivamente scaduto, e ciò che resta da analizzare è il nudo e crudo fallimento di una macchina da guerra che, nemmeno due mesi fa, sembrava poter impensierire l’Inter nella corsa al Titolo. Il dato, per chi segue la serie A con occhio clinico, è talmente abnorme da rasentare l’incredulità: dal successo nel derby di ritorno – quello che aveva riacceso speranze e illusioni – il Milan di Massimiliano Allegri ha raccolto appena 7 punti in 8 giornate. Un rendimento, questo, che non solo è indegno di chi ambisce alle coppe europee, ma che nella classifica parziale del periodo colloca i rossoneri al quartultimo posto, costretti a guardarsi indietro da squadre blasonate come Udinese e Torino e tenuti a galla solo dal peggior rendimento di Lecce, Pisa e Verona. Se si pensa che nello stesso lasso temporale Inter e Juventus hanno viaggiato a 18 punti, la fotografia dello sfacelo attuale è impietosa: il vantaggio accumulato è stato divorato, inghiottito da un vortice di prestazioni mediocri e incapacità tattica. Lo ha ammesso senza troppi giri di parole anche il direttore sportivo Igli Tare, il quale ha parlato apertamente di mancanza di “attenzione giusta”, spingendosi fino a riconoscere la legittimà della protesta dei tifosi che hanno esposto striscioni e vuotato gli spalti di San Siro ben prima del triplice fischio contro l’Atalanta.

“Tilt totale” e critiche pesanti: la squadra ha smarrito la propria identità

A descrivere il clima di smarrimento che aleggia tra via Aldo Rossi e Milanello ci ha pensato il giornalista del Corriere della Sera, Carlos Passerini, il quale ha utilizzato un termine che ormai gira nel tifo organizzato come un ritornello ossessivo: il “tilt”. Non solo la squadra, ma anche l’allenatore, che ha letteralmente ammesso di non “sapere che pesci pigliare”, e persino la società appaiono disconnesse dalla realtà, vittime di un cortocircuito mentale che ha paralizzato ogni meccanismo. In questo momento di buio pesto, come ha sottolineato Passerini, questa squadra perderebbe con chiunque, un’affermazione che smette di essere un’iperbole dopo aver visto le sconfitte (spesso con annesso digiuno sotto porta) contro Lazio, Napoli, Udinese e Sassuolo.

Le parole di chi ha vestito la maglia o le osserva da bordo campo si fanno sempre più dure. Lele Adani, nel suo consueto stile analitico, ha lanciato una sentenza che brucia: “dovrebbero scucirsi lo stemma che hanno sulla maglia”. Un’invettiva, questa, che tocca il nervo scoperto dell’orgoglio, perché se è vero che i cicli finiscono e le crisi fanno parte del gioco, è altrettanto vero che la mancanza di reazione e la passività mostrata sul terreno di gioco configurano un declino che il direttore di Telelombardia Fabio Ravezzani non ha esitato a definire “per certi versi umiliante”.

L’incubo Champions e il peso di un attacco inesistente

Il dato offensivo, poi, aggrava la posizione di Allegri e dei suoi. Nelle ultime sei partite, il Milan ha siglato la miseria di un solo gol (quello di Rabiot al Bentegodi). Un’anemia cronica che rende vani anche i timidi tentativi di tenere la partita in equilibrio; e se a questo si aggiunge la facilità con cui gli avversari varcano la metà campo, ecco che il quadro diagnostico è chiaro: il paziente è in coma. La clamorosa rimonta subita in extremis con l’Atalanta (dal 3-0 al 3-2 finale) non ha illuso nessuno, anzi, ha certificato una fragilità difensiva e una disattenzione che sembrano ormai congenite.

Sul piano statistico, la situazione è drammatica: il Milan è quarto con 67 punti, ma è tallonato dalla Roma (a pari merito) e da un Como in rimonta fermo a 65. A rendere il quadro ancora più teso è il dato puramente aritmetico dei soli scontri diretti: in questo momento è solo quel sottile filo a tenere Allegri davanti a Gasperini e alla Dea nella volata, un vantaggio così flebile da risultare quasi inconsistente. Se la qualificazione alla prossima Champions League, evento vitale per le casse del club – come ribadito più volte dalla dirigenza – è a forte rischio, le conseguenze non saranno soltanto tecniche: la stampa specializzata parla già di una possibile “rivoluzione” in estate, con l’intera area tecnica e dirigenziale sotto la scure della proprietà, che non tollera questo tonfo.

L’analisi dei numeri: un ritmo da retrocessione a两步 dalla fine

E mentre i tifosi organizzano contestazioni pacate ma feroci e i tifosi lasciano lo stadio prima del novantesimo, l’unica realtà che conta è quella della classifica. A due giornate dal termine, il destino del Milan è sospeso su un equilibrio instabile. Il “passo da retrocessione” tenuto in questi due mesi non è una semplice statistica suggestiva, ma la prova inconfutabile che la squadra di Allegri ha tradito le attese nel momento decisivo della stagione. I bookmaker e gli algoritmi, che solo a marzo davano per certa la qualificazione europea, oggi sono costretti a ricalcolare le probabilità di un Milan che non vince e, cosa più grave, non sa più giocare a calcio.

Se la squadra non trovasse un sussulto d’orgoglio nelle ultime due uscite contro Genoa e Cagliari, l’ipotesi di vedere i rossoneri fuori dalla Champions League diventerebbe una ferita aperta difficile da rimarginare. E in un calcio dove il denaro pubblico e le plusvalenze contano sempre più, fallire l’appuntamento con la massima competizione europea significherebbe azzerare un progetto costato milioni e gettare nel caos la pianificazione della prossima stagione. Il Milan, nel bel mezzo di questa burrasca, non cerca più spiegazioni: cerca disperatamente due vittorie per evitare il tracollo definitivo.

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