Anatomia di un suicidio annunciato: il Milan affonda ancora e ora la Champions è un miraggio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Era successo in passato, a onor del vero, che una sconfitta interna con l’Atalanta assumesse per il Milan i contorni di una débâcle epocale. Questa, però – la terza in campionato contro la Dea nelle ultime quattro stagioni giocate tra queste mura – possiede il retrogusto amaro di un disastro preventivabile, quasi meticolosamente preparato negli spogliatoi e poi inscenato sotto gli occhi (prima attenti, poi sempre più vuoti) della Curva Sud. Perché se il 3-2 finale, impreziosito dai guizzi tardivi di Pavlovic e dal rigore di Nkunku, può illudere il distratto, la realtà è che il verdetto di questa gara è stato scritto già al trentesimo minuto del primo tempo, quando la banda di Palladino – con una fluidità offensiva che ha messo a nudo tutte le fragilità rossonere – meritava un vantaggio ben più ampio di un semplice 2. La famosa organizzazione difensiva di qualche mese fa, quel “blocco basso” tanto vituperato quanto efficace che aveva regalato ventiquattro risultati utili consecutivi, è letteralmente evaporata, lasciando al suo posto un groviera di spazi imbarazzanti e un’indisciplina tattica che rasenta il colpevole.

La furia di Ederson e l’incubo di una difesa allo sbando

Appena sette minuti e l’equilibrio è già un ricordo. Ederson, con un rasoterra chirurgico che tradisce l’urgenza della sua squadra, infila Maignan e dà il via alla festa nerazzurra. Ma è l’esecuzione del raddoppio, arrivata al ventinovesimo, a restituire plasticamente la differenza di spessore mentale tra le due contendenti. Lo scambio fulmineo tra De Ketelaere e Krstovic, forse, ma più probabilmente una semplice seduta di allenamento a porte aperte per l’attacco atalantino, smonta come un castello di carte la retroguardia rossonera: Zappacosta, solo come un turista a San Siro, non ha che l’imbarazzo della scelta per depositare il pallone in rete. Di quella retroguardia che aveva fatto della compattezza la propria bandiera non c’è più traccia; i meccanismi di copertura, una volta oliati alla perfezione, inceppano a ogni sollecitazione avversaria, e il risultato è un primo tempo di puro martirio per i portieri e per i pochi fedelissimi rimasti.

La ripresa molle e la fuga dei tifosi: il gol di Raspadori è la goccia finale

Ci si aspetterebbe, nell’intervallo, una reazione d’orgoglio. Invece la ripresa conferma i peggiori presagi: l’Atalanta, forte del doppio vantaggio e della palese fragilità psicologica dell’avversario, amministra e colpisce ancora. Al sesto minuto del secondo tempo, è ancora Ederson a fungere da censore, rubando palla e servendo a Raspadori un assist che l’attaccante non sbaglia: sinistro potente sotto la traversa per il 3. A quel punto, la contestazione che fino a quel momento era rimasta soffocata esplode in tutta la sua eloquenza. La Curva Sud, quella che aveva accompagnato la squadra nei momenti migliori, inizia a defluire verso le uscite in massa, un gesto che vale più di mille parole e che racconta il senso di abbandono provato da un intero ambiente. Restano in campo, a testimoniare l’obbrobrio, poco più di duecento tifosi ospiti, quelli della Dea, i quali assistono divertiti al rito della resa rossonera.

La classifica che brucia e il sorpasso della Roma in zona Champions

A nulla serviranno i gol della bandiera di Pavlovic e il penalty trasformato da Nkunku nel recupero, né il colpo di testa di Gabbia che sfiora il palo all’ultimo respiro. Il danno, giudiziario e psicologico, è già stato ampiamente perpetrato nei novanta minuti regolamentari. E il botto più doloroso arriva a freddo, dalla lettura dei tabellini altrui. La Roma, che nel frattempo ha compiuto un’autentica impresa a Parma rimontando nel secondo tempo e trovando il gol vittoria in extremis con Malen su rigore, aggancia i rossoneri a quota sessantasette punti in classifica. Se l’Atalanta, con questa vittoria, ritrova serenità e sorriso – portandosi a casa tre punti pesanti per blindare il settimo posto – per il Milan si apre invece uno scenario da brivido: la qualificazione alla prossima Champions League, obiettivo minimo della stagione, non è più nelle proprie mani. E mentre il Como, con la vittoria sul Verona, si garantisce per la prima volta nella sua storia un posto in Europa, i rossoneri sono costretti a guardare indietro, a rimuginare su una stagione finita malissimo e su un annunciato fallimento collettivo che nessuno, almeno dalla panchina in giù, è riuscito a evitare.

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