La terza volta senza fine: l’Italia manca i Mondiali, Gravina resiste e Gattuso resta in un’impasse surreale

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Zenica ha consegnato l’ennesima, gelida fotografia di un calcio italiano che sembra aver smarrito la rotta. L’eliminazione ai calci di rigore contro la Bosnia-Erzegovina, dopo l’1-1 dei tempi supplementari, non rappresenta solo la mancata qualificazione al Mondiale del 2026, ma consuma il terzo capitolo consecutivo di una saga negativa iniziata con la Svezia nel 2018 e proseguita con la Macedonia del Nord nel 2022. Una volta tanto, la partita – condizionata dall’espulsione di Alessandro Bastoni, che ha lasciato gli azzurri in dieci uomini per gran parte del match – è stata quasi una parentesi marginale rispetto al dopo gara. Perché è lì, nei corridoi dello stadio e nelle parole della conferenza stampa, che il movimento italiano ha mostrato tutto il peso della sua crisi strutturale.

Il mancato passo indietro e le regole del “sistema”

A farsi attendere, o meglio a non arrivare mai, è stata la dichiarazione che molti osservatori davano per scontata dopo il terzo disastro mondiale consecutivo. Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, ha invece utilizzato il microfono non per rassegnare le dimissioni, ma per rimandare ogni decisione al consiglio federale già in programma per la prossima settimana. «Capisco l’esercizio della richiesta di dimissioni a piè sospinto», ha detto Gravina, «ma sono valutazioni che spettano nelle norme al consiglio federale». Una presa di posizione che, di fatto, trasforma l’atto politico più classico dopo una débâcle di queste proporzioni in una procedura burocratica da calendarizzare.

Accanto a lui, in prima linea, c’erano il commissario tecnico Rino Gattuso e il capo delegazione Gigi Buffon: proprio a loro, Gravina ha dichiarato di aver chiesto «di rimanere». Un dettaglio che rivela la strategia del presidente: blindare il comparto tecnico, separandolo nettamente da quello politico. Gattuso, subentrato in un momento delicato, ha retto l’urto mediatico definendo la sconfitta «immeritata» per la prestazione dei suoi ragazzi. Eppure, anche il suo futuro rimane appeso a un filo sottile, nonostante il tentativo di Gravina di ancorarlo alla panchina per dare continuità a un progetto nato solo da pochi mesi.

Un bilancio che pesa e l’ombra delle inchieste giudiziarie

La gestione Gravina, ormai, si misura con numeri che nel calcio italiano assumono i contorni di un incubo statistico. Sotto la sua presidenza, la nazionale ha fallito l’appuntamento con i Mondiali per due volte (2022 e 2026), con in mezzo una figuraccia agli Europei che solo il campionato d’Europa vinto a Wembley nel 2021 aveva in parte risollevato. Ma quella vittoria, ottenuta proprio ai rigori come ieri la sconfitta, appare oggi come un’illusione ottica che ha mascherato il declino di un movimento intero.

E poi ci sono i fronti giudiziari, elementi che in un contesto normale avrebbero già di per sé minato la tenuta di una presidenza. Gravina è attualmente sotto indagine per le accuse di appropriazione indebita e autoriciclaggio – inchiesta per la quale la procura di Roma ha chiuso le indagini – fatti relativi a presunte irregolarità nella compravendita di libri antichi e consulenze milionarie. In Italia, paradossalmente, questi aspetti sembrano quasi far curriculum nel palazzo del calcio, diventando parte integrante di una narrazione di potere che tiene in ostaggio il movimento mentre questo affonda.

La resa tecnica di un movimento senza ricambio

La partita di Zenica ha messo in luce anche i limiti strutturali di una squadra che, nonostante l’inferiorità numerica, ha retto fino alla lotteria dei rigori. Ma l’orgoglio mostrato in campo non basta a cancellare la diagnosi spietata che arriva dai numeri: l’Italia è la prima squadra campione del mondo nella storia a restare fuori da tre edizioni consecutive del torneo. Il gap tecnico, la carenza di talenti generazionali e un sistema giovanile che privilegia la fisicità alla tecnica sono il terreno sul quale Gattuso si è trovato a operare, con la consapevolezza di non poter invertire la rotta in pochi mesi.

Se il ct ha parlato di «orgoglio» nonostante l’eliminazione, sottolineando come i suoi giocatori siano rimasti in partita con un uomo in meno, il presidente della Figc ha insistito sul concetto di «prestazione eroica». Un lessico che stride con la realtà dei fatti: il movimento, ancora una volta, dovrà guardare il Mondiale in televisione, mentre i vertici rimangono in attesa di un consiglio federale che deciderà se davvero qualcosa dovrà cambiare o se, come già accaduto in passato, la sopravvivenza del sistema prevarrà sulla necessità di una rigenerazione totale.

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