Trump a Teheran: «Khamenei dovrebbe preoccuparsi». Il 6 febbraio in Oman i delicati colloqui Usa-Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel quadro di una tensione che pare costantemente sul punto di degenerare, la macchina diplomatica fra Stati Uniti e Iran continua a muoversi, seppur tra scossoni e interruzioni. Fonti vicine al negoziato hanno confermato che i colloqui, dopo essere stati dati in bilico, si terranno venerdì 6 febbraio in Oman, nella capitale Mascate. Una scelta, questa, che arriva dopo precise richieste di Teheran, la quale ha spinto affinché la sede venisse spostata dalla Turchia al sultanato. Al momento, stando a quanto riferito dalle stesse fonti, non sono previsti incontri diretti, con i rappresentanti delle due parti nella medesima stanza, lasciando intendere che si tratterà piuttosto di un negoziato condotto attraverso canali intermedi.

Le pressioni alleate e il via libera di Washington

La riconferma dell’appuntamento omanita giunge dopo ore di grande incertezza, durante le quali erano circolate voci di una rottura. A riportare in carreggiata il processo, secondo quanto si apprende, sarebbero state le pressioni urgenti esercitate da diversi leader arabi e musulmani sull’amministrazione Trump, sollecitando con forza la riapertura di un canale di dialogo. Una fonte, descrivendo la dinamica, ha sottolineato come la Casa Bianca abbia infine accettato di partecipare all’incontro in un duplice segno di rispetto verso gli alleati regionali e di volontà di perseguire, almeno per ora, la via diplomatica. Resta sullo sfondo, tuttavia, la questione della partecipazione di altri funzionari dell'area, su cui permangono consultazioni.

Il linguaggio del presidente e l'ombra della minaccia

A complicare il già fragile quadro, e a dare il senso di quanto il filo del dialogo sia sottile, vi sono le parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rivolte senza mezzi termini alla Guida Suprema iraniana. «Khamenei – ha affermato Trump – dovrebbe essere molto preoccupato». Una dichiarazione che, nel suo essere lapidaria, delinea i contorni di un ultimatum e riaccende i timori di un’escalation militare, presentando il percorso negoziale come un bivio tra dialogo e opzioni più drastiche. Quel tono perentorio, che non ammette fraintendimenti, risuona come un monito e definisce l’atmosfera cupa in cui si apriranno i lavori di venerdì.

I nodi irrisolti e la posta in gioco

I riflettori sono dunque puntati sui nodi principali della controversia, che i negoziatori proveranno a sciogliere in un contesto di reciproca diffidenza. L’incontro in Oman, per quanto di per sé rappresenti un segnale positivo dopo le recenti turbolenze, non può essere considerato che un primo passo in un cammino lastricato di ostacoli. L’assenza di un confronto diretto e faccia a faccia, d’altronde, la dice lunga sulla distanza che ancora separa le posizioni. La posta in gioco è altissima, e il rischio di un naufragio definitivo, scampato nelle ultime ventiquattr’ore, rimane un’ipotesi concreta che incombe su ogni mossa delle parti in campo.

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