India, la crisi del gas chiude i ristoranti e mette in ginocchio il distretto delle piastrelle
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Redazione Economia
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Il blocco dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta dell’escalation militare che vede coinvolti Stati Uniti, Israele e Iran, ha prodotto una paralisi energetica in India dai contorni sempre più preoccupanti, costringendo migliaia di attività commerciali a rivedere i propri piani operativi quando non a sospendere del tutto la produzione. Le forniture di greggio, Gpl e gas naturale liquefatto, la cui quota importata passa per l’ottanta per cento attraverso quel collo di bottiglia, hanno subito una contrazione tale da obbligare il governo a interventi d’emergenza.
Il settore della ristorazione è tra i più esposti al razionamento. A Mumbai, secondo le stime delle associazioni di categoria, circa un quinto degli esercizi ha già abbassato le serrande, e il fenomeno non risparmia altre metropoli. A Bengaluru, nel Karnataka, molti locali hanno iniziato a ridurre all’osso i menù, eliminando pietanze che richiedono cotture lunghe, mentre le cucine razionano l’uso dei fornelli nella speranza di allungare la vita alle residue scorte di bombole. La catena California Burrito, che conta oltre cento punti vendita, ha dichiarato di stare installando piastre a induzione per supplire alla mancanza di gas, una soluzione tampone che però non tutti possono permettersi. A Chennai e Delhi, i gestori di mense e ristoranti denunciano l’impossibilità di prenotare nuovi refill, con i distributori che hanno semplicemente smesso di accettare ordinativi.
L’intervento del governo centrale, pur avendo disposto che le raffinerie incrementino la produzione di Gpl destinato all’uso domestico, ha di fatto penalizzato il comparto commerciale e industriale. In Punjab, dove le compagnie petrolifere pubbliche hanno sospeso le forniture di bombole non domestiche, i distributori locali hanno ricevuto istruzioni precise: priorità assoluta alle famiglie e un intervallo obbligatorio di venticinque giorni tra una ricarica e l’altra per i consumatori privati. Per ristoranti e alberghi, che utilizzano serbatoi di capacità superiore, il fermo delle consegne rischia di tradursi in chiusure a catena, non appena esauriranno il poco che resta nei depositi.
Lo stop alle fabbriche di ceramica a Morbi e l’effetto domino sull’export
Se il settore della ristorazione lucha per tenere accesi i fornelli, il comparto manifatturiero registra danni ancora più strutturali. Nel distretto di Morbi, in Gujarat, che da solo produce il novanta per cento delle piastrelle di ceramica indiane, l’emorragia di combustibile ha già spento i forni di un quarto delle aziende. La crisi energetica arriva dopo che Gujarat Gas, il principale fornitore locale, ha dichiarato lo stato di forza maggiore, riducendo del cinquanta per cento le forniture di gas naturale ai clienti industriali a causa della scarsità di GNL importato. Le circa cinquecento unità che dipendono dal propano, importato via terra dal Qatar e da altri paesi del Golfo, sono quelle in maggiore difficoltà: il prodotto scarseggia e i prezzi sul mercato nero sono schizzati alle stelle.
Le stime parlano di un export che vale 2,4 miliardi di dollari l’anno e di un indotto che impiega quattrocentomila persone, tutte ora in bilico. La chiusura anche temporanea degli stabilimenti più piccoli, quelli con minore capacità di stoccaggio, sta già generando ritardi nelle commesse verso l’estero, in particolare verso i mercati del Medio Oriente che assorbono circa il quaranta per cento dei volumi. Le aziende più organizzate, quelle con scorte per quarantacinque giorni, provano a tamponare l’emergenza annunciando aumenti dei prezzi, ma la filiera teme un tracollo degli ordinativi e una contrazione dei ricavi che per alcune piccole realtà potrebbe rivelarsi fatale.
La risposta del governo tra priorità domestiche e mercato nero
New Delhi ha cercato di correre ai ripari istituendo un comitato di tre direttori esecutivi delle compagnie petrolifere pubbliche con il compito di esaminare le richieste provenienti da ristoranti, alberghi e industrie, ma al momento le misure concrete restano mirate quasi esclusivamente a proteggere il consumo famigliare. Il ministro del Petrolio, Hardeep Singh Puri, ha riferito al primo ministro Modi di aver sollecitato le raffinerie a massimizzare la produzione di Gpl, riducendo le lavorazioni petrolchimiche, ma i tempi tecnici per un incremento significativo dell’output non sono immediati.
Nel frattempo, il razionamento sta alimentando un mercato parallelo. In Gujarat e in altri stati, alcuni albergatori hanno ammesso di essersi rivolti al mercato nero pur di procurarsi bombole commerciali, pagando cifre esorbitanti rispetto ai prezzi calmierati. Le proteste di piazza, già segnalate in Assam e in alcune aree del Bihar, testimoniano il malcontento di una popolazione che torna a vedere il fumo della legna uscire dai camini delle cucine, come nelle campagne del Kerala, dove molte famiglie hanno riesumato i vecchi fornelli a biomassa per sopperire all’assenza del gas [fornito dall'utente nei fatti originali].
L’impatto sulle rotte marittime e la dipendenza dal Golfo
La vulnerabilità del sistema energetico indiano emerge con chiarezza da questi dati: il paese consuma ogni anno circa 31,3 milioni di tonnellate di Gpl, di cui il sessantadue per cento deve essere importato, e la quasi totalità di questi flussi dipende dalla libera navigazione nello Stretto di Hormuz. I principali fornitori storici, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, restano al momento inaccessibili a causa del conflitto, e qualsiasi diversione verso rotte alternative, come quelle attraverso il Canale di Suez, comporterebbe tempi di percorrenza di oltre un mese e costi di nolo insostenibili per l’industria.
La decisione delle autorità di allungare i tempi di attesa per le ricariche domestiche, portandoli a venticinque giorni, rappresenta un tentativo di gestire l’emergenza distribuendo nel tempo la domanda residua, ma non risolve il nodo strutturale della dipendenza da un’area geopoliticamente instabile. Le associazioni degli industriali di Ludhiana, nel Punjab, hanno lanciato un appello affinché il centro trovi fonti alternative di approvvigionamento, ma allo stato attuale le opzioni sono limitate e i costi proibitivi. Mentre le diplomazie tentano di districare la matassa mediorientale, l’India conta i danni di una crisi energetica che, partita dalle bombole domestiche, ha contagiato l’intero tessuto produttivo.




