Il venerdì nero delle borse, tra dazi e timori di recessione
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Redazione Esteri
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Non era un venerdì qualunque quello appena trascorso, ma uno di quelli che gli investitori ricordano a lungo. Le borse mondiali, già provate dal terremoto scatenato dai nuovi dazi statunitensi, hanno subito un tracollo senza precedenti dal periodo più buio della pandemia. Wall Street, che pure aveva aperto in netto ribasso, ha chiuso la seduta con perdite superiori al 5%, trascinando nel vortice anche le piazze europee. Milano, in particolare, ha registrato un crollo del 6,5%, performance peggiore persino di quella dell’11 settembre 2001.
La rappresaglia cinese, con l’imposizione di tariffe del 34% su alcuni beni americani e il bando per una decina di aziende statunitensi, ha innescato una reazione a catena. Ma a peggiorare ulteriormente il clima è stato l’intervento di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, che ha ignorato le pressioni di Donald Trump – il quale, in un post su Truth Social, lo aveva esortato a «tagliare i tassi d’interesse» – e ha invece avvertito dei rischi inflattivi legati alla guerra commerciale.
Se il primo giorno di scossoni era stato duro, il secondo è stato catastrofico. L’Europa, in particolare, ha bruciato in due sedute oltre 1.240 miliardi di euro di capitalizzazione, con Londra, Francoforte e Parigi tutte in profondo rosso. Ma i numeri più allarmanti arrivano dagli Stati Uniti, dove il Dow Jones e il Nasdaq hanno chiuso rispettivamente a -5,50% e -5,82%, facendo evaporare 5.200 miliardi di dollari in 48 ore.
Intanto, la Banca d’Italia ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il Paese: nel 2025 il Pil potrebbe fermarsi allo 0,6%, con il rischio di un ulteriore peggioramento se le tensioni commerciali dovessero protrarsi. Un quadro che, se confermato, rischia di riportare l’economia italiana in territorio negativo, soprattutto qualora l’Unione Europea decidesse di adottare contromisure.
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