Il monito di Ivana Barbacci e il disagio giovanile: dalla scuola di Trescore alle inchieste di Perugia
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Redazione Interno
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“Liberiamoci della violenza”: è questo il monito, netto e privo di retorica, con cui Ivana Barbacci apre le Riflessioni contenute nel mensile di aprile dell’Agenda CISL Scuola 2025/26. Un’analisi che parte da un fatto di cronaca, l’accoltellamento di un’insegnante a Trescore Balneario, per inquadrarlo – come si legge nel testo – in un contesto più ampio, quello di una violenza divenuta ormai pervasiva, capace di infiltrarsi tanto nelle pieghe delle relazioni interpersonali quanto nelle più ampie dinamiche sociali e internazionali. Non si tratta, nella lettura offerta dalla leader sindacale, di un episodio isolato, ma del sintomo di una deriva profonda che richiede uno sguardo capace di andare oltre l’emergenza contingente.
Violenza giovanile, due traiettorie convergenti: Trescore e Perugia
A distanza di pochissimi giorni, due fatti diversi per dinamica ma accomunati da un medesimo humus culturale hanno scosso l’opinione pubblica. Da un lato, un ragazzino di appena tredici anni che, a Trescore Balneario, ha accoltellato la sua insegnante di francese; dall’altro, l’arresto da parte del Ros, a Perugia, di un diciassettenne accusato di aver pianificato una strage all’interno di un istituto scolastico. Due minorenni, due condotte criminali che, pur nella loro specificità, rivelano due traiettorie della violenza giovanile oggi dominanti. Ciò che li accomuna, e che li rende particolarmente inquietanti agli occhi degli investigatori e degli esperti, è la forte interconnessione con la dimensione online: una dimensione che, come sottolineato nei materiali dell’Agenda, non rappresenta più un semplice sfondo o una mera rappresentazione virtuale, ma è ormai a tutti gli effetti un ambiente socio-relazionale, simbolico e operativo a pieno titolo.
Il ruolo della famiglia, un “terzo soggetto” tra scuola e società
Nei commenti apparsi sui quotidiani, l’analisi delle responsabilità si è spesso concentrata su due poli ben definiti. Da una parte la scuola, con le sue innegabili lacune educative e la fatica a farsi carico di una domanda di senso sempre più complessa; dall’altra la società degli adulti, accusata di offrire, attraverso i propri comportamenti quotidiani, un modello fatto di sopraffazione e intolleranza. Ma c’è un terzo soggetto – sostengono molte voci – che in questo dibattito fatica a trovare spazio, relegato spesso a un moralismo scontato che trattiene persino gli osservatori laici dall’evocarlo, nel timore di apparire tradizionalisti o bacchettoni: è la famiglia. Un’assenza che appare tanto più evidente quanto più si approfondiscono i profili dei due minori coinvolti, ragazzi che avevano costruito il loro immaginario – e in qualche caso il loro piano criminale – in camere rimaste, per troppo tempo, inaccessibili allo sguardo dei genitori.
“I giovani usano i coltelli perché hanno paura”: la lettura di Matteo Lancini
A gettare luce su questo nodo cruciale è l’intervento di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, docente all’Università Milano-Bicocca e all’Università Cattolica di Milano. Una delle voci più autorevoli nel campo del disagio giovanile, Lancini ribalta una lettura superficiale della cronaca: «Genitori, i vostri figli sono disperati: ascoltateli o la violenza aumenterà. Usano i coltelli perché hanno paura. I social? Solo un alibi». Un’affermazione che scardina la narrazione comune, quella che tende a imputare la colpa esclusivamente alla tecnologia o a derive culturali generiche. L’uso della violenza fisica, e in particolare delle armi da taglio, viene ricondotto a una condizione di fragilità profonda, a una paura inespressa che, in assenza di un ascolto autentico – quello che Lancini invoca con forza dai genitori – trova nella messa in scena del gesto estremo l’unico canale di comunicazione possibile. Non un alibi, dunque, ma una richiesta d’aiuto che assume le forme più tragiche. E gli episodi, purtroppo, continuano a ripetersi, come dimostra l’ultimo caso di aggressione feroce avvenuto a Napoli, dove un ragazzo di quattordici anni è stato accoltellato nei bagni della scuola da due coetanei, confermando come il fenomeno si stia radicando in modo trasversale sul territorio nazionale.




