La guerra che affama il mondo: da Hormuz ai campi, il fronte invisibile dei fertilizzanti
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Redazione Economia
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C’è una guerra che non si vede. Non passa dai carri armati né dalle immagini satellitari, ma attraversa i campi, entra nei suoli e si riflette nei raccolti. Mentre l’attenzione globale è rimasta a lungo ipnotizzata dalle fiamme dei giacimenti e dal lento stillicidio dei barili di petrolio, un’analisi pubblicata dal Financial Times – intitolata “The coming global food crisis” – accende i riflettori su un fronte ancora poco raccontato del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran: quello, appunto, dei fertilizzanti. Un fronte invisibile, ma decisivo, che rischia di trasformare una crisi geopolitica in una crisi alimentare globale, spostando lo scenario dello scontro dallo Stretto di Hormuz ai silos e alle mense di mezzo mondo.
Per comprendere la portata della minaccia, occorre partire dal dato più immediato della crisi energetica: oltre 500 milioni di barili di petrolio e derivati sono stati sottratti al mercato in meno di due mesi. Secondo le stime di Reuters elaborate sui dati di Kpler, si tratta di una perdita secca di circa 50 miliardi di dollari, calcolata su un prezzo medio del greggio che si attesta intorno ai 100 dollari al barile dall’inizio del conflitto. È la più grave interruzione dell’offerta energetica nella storia recente, una strozzatura che, come emerge dalle proiezioni degli analisti, produrrà effetti per mesi per quanto riguarda i giacimenti di Kuwait e Iraq – i cui campi di greggio pesante potrebbero impiegare dai quattro ai cinque mesi per tornare a regime – e danni le cui riparazioni si misureranno in anni per le infrastrutture del Qatar, con il complesso di Ras Laffan gravemente danneggiato dagli attacchi.
Quando il gas naturale diventa cibo
Ma il vero nodo della crisi, quello che i riflettori accesi solo sul petrolio rischiano di oscurare, è un altro. Il prezzo del cibo è legato a doppio filo al costo del gas naturale, il principale *feedstock* utilizzato per produrre fertilizzanti azotati attraverso il processo Haber-Bosch. E lo Stretto di Hormuz, prima dell’escalation, non era solo un’autostrada per il greggio: da lì passava circa il 30% del commercio globale di urea – un fertilizzante azotato essenziale – oltre a ingenti volumi di ammoniaca (23%) e zolfo, un sottoprodotto della raffinazione fondamentale per la produzione di fosfati. Insomma, la chiusura virtuale dello Stretto ha tagliato le gambe all’agricoltura globale nel momento più critico dell’anno, la semina primaverile nell’emisfero settentrionale.
Le conseguenze sui mercati sono state fulminee e brutali. Negli Stati Uniti, il prezzo dell’urea al porto di New Orleans è schizzato da circa 516 dollari a tonnellata a 683 dollari in una sola settimana, registrando un incremento del 32%. A livello globale, i futures dell’urea hanno toccato i 693 dollari a tonnellata, con un aumento del 49% rispetto al periodo immediatamente precedente il conflitto. Un rincaro, questo, che arriva in un momento di fragilità estrema per il settore: il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) stima che circa un quarto degli agricoltori non avesse ancora acquistato i fertilizzanti necessari per la stagione 2026, ritrovandosi ora esposto a costi proibitivi che rischiano di compromettere la redditività delle loro aziende.
L’adattamento forzato dei raccolti
Di fronte a questo shock dei prezzi, l’agricoltore non è un attore passivo, ma le sue mosse per sopravvivere rischiano di ridurre ulteriormente l’offerta di cibo. Come rilevato da un’analisi della Purdue University, la prima reazione istintiva è quella di ridurre i tassi di applicazione dei concimi o, laddove possibile, di sostituire le colture. Si passa cioè da cereali ad alto consumo di azoto – come il mais e il grano – a legumi meno “assetati” di chimica, come la soia, che fissa l’azoto naturalmente. Le stime preliminari dell’USDA sulla *Prospective Planting* hanno già rilevato un calo delle superfici coltivate a mais e grano (entrambe in flessione del 3% rispetto al 2025) e un corrispettivo aumento (+4%) degli appezzamenti destinati alla soia.
Questa riconversione, se da un lato evita il peggio per il bilancio dell’imprenditore agricolo, dall’altro altera la composizione delle derrate alimentari disponibili, restringendo l’offerta di cereali basici. Se i prezzi dei carburanti resteranno elevati, ci sarà anche una pressione ulteriore per dirottare mais e soia verso la produzione di biocarburanti, creando una concorrenza sleale tra il serbatoio dell’auto e il piatto. Per i paesi del Sud del mondo, molti dei quali in Africa e Asia importano fino al 40-70% dei loro fertilizzanti azotati – si pensi all’India (41%) o al Sudan (54%) – l’assenza di questi input significa letteralmente carestia, anche prima che il grano venga raccolto.
Un’eredità di instabilità per i raccolti futuri
La durata del conflitto è la variabile che terrorizza gli economisti agricoli. Se la guerra dovesse risolversi in poche settimane, molti agricoltori del Nord del mondo – che spesso acquistano i fertilizzanti con largo anticipo – potrebbero essere parzialmente protetti, subendo un semplice “squeeze” sui costi. Ma se la chiusura di Hormuz si protrarrà, il vero disastro è rimandato ai prossimi cicli colturali. Come spiegano gli esperti del *Center for Strategic and International Studies* (CSIS), un conflitto della durata di tre mesi influenzerebbe già le decisioni di semina anche per l’emisfero australe (Brasile in primis) verso la fine del 2026, prolungando l’effetto serra sui prezzi globali.
Le ripercussioni sono già state quantificate, seppur in via previsionale, dal Programma Alimentare Mondiale (WFP): mantenendo il greggio sopra i 100 dollari al barile oltre il giugno 2026, il numero di persone che soffriranno la fame acuta potrebbe aumentare di 45 milioni di unità. Un numero destinato a salire se, come temono molti analisti, i danni alle infrastrutture di gas del Qatar e ai campi petroliferi del Golfo si riveleranno irreparabili nel breve termine, mantenendo alti i prezzi dell’energia e dei suoi derivati chimici per anni. La guerra, insomma, ha già seminato sale nei campi del futuro.




