La guerra d’usura nel Donbass e il “generale caldo” che Putin ha perso per strada

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il corteo di mezzi corazzati, ridotto all’osso, è sfilato sulla Piazza Rossa con un fragore quasi imbarazzato. E proprio quel fragore – o meglio, la sua assenza – ha detto più di qualsiasi discorso televisivo. Vladimir Putin, che da sempre trasforma il Giorno della Vittoria in una vetrina di potenza (un’abitudine ereditata dal retrogusto sovietico per scandire i tempi della propaganda bellica), quest’anno ha scelto una parata in tono minore. La motivazione ufficiale – scongiurare incursioni o sabotaggi ucraini – regge fino a un certo punto. Perché il vero segnale, per chi ha occhi per leggere tra le bandiere e i carri armati, è un altro: lo stallo sul terreno si sta mangiando anche la retorica dell’invincibilità.

Il fronte del Donbass non avanza, e la Russia arretra nella narrazione

Nelle prime settimane di maggio 2026, con l’inverno ormai un ricordo e le fango che non paralizza più i movimenti, la guerra in Ucraina è entrata in una fase di logoramento estremo. Non ci sono sfondamenti decisivi, né accerchiamenti che cambino le mappe. Kyiv e Mosca si guardano in faccia attraverso una linea di contatto dove ogni chilometro guadagnato costa mesi di artiglieria e carne. I russi, in particolare, sembrano aver perso quella spinta che all’inizio della “seconda guerra del Donbass” (come viene definita sul campo) faceva temere una tracimazione delle linee ucraine. Invece no: gli obiettivi sono diventati locali, quasi municipali. E questo, per un esercito che ha sempre fatto della profondità territoriale la sua assicurazione sulla vita – da Napoleone a Hitler, passando per Carlo XII di Svezia – è un rovescio difficile da nascondere.

Putin perde il “generale Caldo”, e la vastità russa diventa un’impotenza

Per secoli, l’immensità della Russia è stata considerata un vantaggio quasi metafisico: arretrare, assorbire, consumare il nemico fino a spezzarlo. Le distanze infinite e gli inverni spietati hanno inghiottito eserciti interi. Ma ora il problema è un altro. Il “generale Caldo” – la bella stagione che avrebbe dovuto favorire le manovre russe – non ha portato con sé alcuna svolta. Anzi. Le linee logistiche sono sempre fragili, i reparti meccanizzati si muovono a singhiozzo e la tanto sbandierata superiorità numerica si traduce, sul terreno, in assalti frontali che consumano uomini e mezzi senza risultati strategici. Putin, insomma, perde anche quel generale. E lo perde silenziosamente, mentre a Mosca si riduce la parata per non offrire bersagli ai droni di Kiev.

La mediazione Usa non smuove i confini, il ghiaccio diplomatico resiste

Sul piano diplomatico, i piccoli progressi della mediazione americana – con Donald Trump ormai stabilmente alla Casa Bianca da più di un anno – non bastano a scongelare il nodo territoriale. Si parla, ci si siede, si esplorano tregue parziali. Ma il blocco è totale: nessuna delle due parti è disposta a cedere il controllo delle aree contese. L’Ucraina non vuole legittimare le annessioni, la Russia non può permettersi di apparire in ritirata. E così, mentre i diplomatici limano dettagli secondari, nel Donbass si continua a morire per un pugno di chilometri. Non c’è un vincitore, almeno non in senso classico. Ci sono solo due eserciti che si sanguinano a vicenda, con l’ossessione informativa – quella domanda apparentemente semplice “chi sta vincendo?” – che continua a rincorrere una risposta che il fronte, giorno dopo giorno, smentisce.

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