Manchester, il killer della sinagoga era uno stupratore in libertà vigilata
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Redazione Esteri
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Mentre Manchester, una città che non riesce a trovare pace, si stringeva attorno ai familiari delle vittime dell’attacco alla sinagoga, durante una veglia segnata dal dolore e da un acceso risentimento, nuove e sconvolgenti ricostruzioni hanno iniziato a delineare il profilo dell’aggressore. Jihad Al Shamie, questo il suo nome, l’uomo che ha portato morte e terrore nel luogo di culto, non era un estraneo per il sistema giudiziario britannico.
Un aggressore con un pesante passato giudiziario
Jihad Al Shamie non era un estraneo per il sistema giudiziario britannico, il quale, come è emerso, lo teneva sotto sorveglianza mentre affrontava una pesantissima accusa per stupro. La sua libertà vigilata, una condizione che ora appare come un macigno, gli ha permesso di muoversi nonostante l’imminente processo per un’aggressione sessuale che avrebbe dovuto celebrarsi quest’anno, un fatto gravissimo che si aggiunge a una serie di condanne precedenti per reati di minore entità.
La rabbia della folla contro le istituzioni
Proprio mentre la folla si radunava in un silenzio carico di emozione per onorare i due morti e i feriti gravi, l’apparizione del vicepremier David Lammy ha scatenato una reazione immediata e brutale. Un grido, proveniente dalla folla, ha accusato le istituzioni di aver “premiato il terrorismo”, un’imputazione che risuona come un colpo secco in un clima già teso. L’episodio, di per sé, racconta più di molte analisi lo stato d’animo di chi si sente tradito da un sistema che, pur conoscendo la pericolosità dell’individuo, non è riuscito a prevenire la strage.
Una dinamica tragica: una vittima colpita dalla polizia
La dinamica dell’attacco, del resto, si sta rivelando ancor più complessa e tragica di quanto inizialmente supposto. Indagini approfondite, che stanno esaminando ogni minuto di quella giornata, suggeriscono con forza che una delle due vittime sia stata colpita mortalmente non dall’attentatore, bensì dal fuoco della polizia stessa, intervenuta per fermare la furia omicida. L’agente, nel tentativo di neutralizzare Jihad Al Shamie, avrebbe accidentalmente ferito una persona e uccisa l’altra, un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di orrore a una vicenda già segnata da un inimmaginabile carico di sofferenza.
Il nome simbolico e le mancate segnalazioni antiterrorismo
Il nome dell’attentatore, Jihad Al Shamie, che significa “la battaglia della Siria”, non è passato inosservato neppure alla ministra dell’Interno, la quale ne ha sottolineato la singolarità. L’uomo, di origini siriane, non figurava tra i soggetti monitorati dai servizi antiterrorismo, un aspetto che lascia aperte numerose questioni sui meccanismi di controllo e sulla condivisione delle informazioni tra i diversi corpi dello Stato, i quali, evidentemente, non hanno incrociato i dati in loro possesso per valutare la reale minaccia che rappresentava.




