Il governo americano entra nel capitale di Intel con una quota del 10 per cento
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Redazione Economia
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L’amministrazione Trump, in una mossa che riecheggia modelli di capitalismo politico più tipicamente europei, è entrata ufficialmente nell’azionariato del colosso dei semiconduttori Intel. L’operazione, del valore di 8,9 miliardi di dollari, conferisce al governo federale una partecipazione del 9,9 per cento, equivalente a 433 milioni di azioni ordinarie, che garantisce anche il diritto di voto nelle assemblee societarie.
La decisione, annunciata dal Segretario al Commercio Howard Lutnick, è stata resa possibile attingendo a fondi residuali del CHIPS and Science Act e del programma Secure Enclave. Questi strumenti legislativi, concepiti per potenziare la filiera nazionale dei chip, hanno fornito la base giuridica e finanziaria per un intervento diretto dello Stato in un’azienda privata considerata vitale per la sicurezza nazionale.
La mossa si inserisce in una strategia più ampia, che ha visto l’esecutivo intervenire in settori sensibili – dalle terre rare con Mp Materials all’acciaio con Nippon Steel – per ridurre la dipendenza strategica dalle catene di fornitura asiatiche. Intel, un tempo leader incontrastato e oggi in difficoltà, rappresenta l’unico produttore statunitense di microchip avanzati, il che ne fa un asset fondamentale per garantire che le tecnologie di nuova generazione vengano sviluppate e prodotte in suolo americano.




