La Svizzera sotto pressione per l’export di oro e farmaci, Trump impone dazi al 39%
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Redazione Esteri
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Oro e farmaci, due settori chiave dell’economia svizzera, sono finiti nel mirino degli Stati Uniti, che hanno deciso di applicare dazi del 39% sulle merci provenienti dalla Confederazione. La misura, annunciata dall’amministrazione Trump, è stata giustificata con il deficit commerciale record tra i due Paesi, che nei primi cinque mesi del 2025 ha sfiorato i 50 miliardi di dollari. Sebbene oro e farmaci siano per ora esclusi dalla lista dei prodotti colpiti, Washington ha chiarito che restano «sotto osservazione», lasciando intendere che potrebbero essere aggiunti in futuro.
La reazione di Berna non si è fatta attendere. Dopo un vertice d’emergenza, la presidente Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di rilanciare i negoziati con un’offerta «più allettante», mentre il governo ha assicurato che le trattative potrebbero proseguire «oltre il 7 agosto», data d’entrata in vigore dei dazi. La stampa elvetica, però, non ha risparmiato critiche: il tabloid Blick ha definito la situazione «la più grande sconfitta della Svizzera dal 1515», riferendosi alla battaglia di Marignano.
Sul fronte finanziario, la borsa di Zurigo ha reagito con relativa tranquillità. Nonostante i timori iniziali, l’SMI ha chiuso in calo dello 0,15%, attestandosi a 11.818,63 punti. Un segnale che gli investitori, almeno per ora, non sembrano prevedere ripercussioni devastanti.
Nei Grigioni, dove l’economia si basa in gran parte su piccole e medie imprese, l’allarme è contenuto. Viktor Scharegg, dell’Unione delle arti e mestieri, ha ammesso che «alcune aziende sono toccate», ma ha sottolineato come la maggior parte non subirà contraccolpi diretti. Per quelle esposte, si valuta il ricorso al lavoro ridotto, uno strumento già previsto dalla Confederazione.




