L’Italia del baseball, un esercito di oriundi con radici profonde, sfida il Venezuela nella notte di Miami
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Redazione Sport
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C’è una narrazione, nel mondo dello sport, che tende a semplificare le cose, a racchiuderle in scatole precise e definite. Ma poi arriva una squadra come questa Italia del baseball, capace di ribaltare qualsiasi cliché e di imporre una storia molto più complessa e affascinante, a dimostrazione di come le identità, oggi più che mai, siano liquide e sfumate. Gli azzurri, che nella notte italiana tra lunedì 16 e martedì 17 marzo affronteranno il Venezuela al LoanDepot Park di Miami per un posto nella finale del World Baseball Classic, non sono soltanto un gruppo di atleti con un passaporto in comune; rappresentano piuttosto un crogiolo di storie personali, di migrazioni e di legami familiari che attraversano l’Oceano Atlantico. Il roster guidato dal manager Francisco Cervelli, venezuelano di Valencia ma italiano d’adozione — avendo ricevuto la cittadinanza nel 2009 dopo aver vinto le World Series con i New York Yankees — è lo specchio perfetto di questa ibridazione culturale.
Se si osserva la provenienza dei giocatori, emerge un dato che va oltre la semplice composizione della rosa e che tocca le corde più profonde dell'emigrazione italiana nel continente americano. Su ventotto convocati, solo una sparuta minoranza è nata e cresciuta sul suolo patrio, con il lanciatore veronese Sam Aldegheri e i rilievi Gabriele Quattrini e Claudio Scotti a rappresentare l’eccezione più che la regola. Il grosso della truppa, quello che ha letteralmente incantato il pubblico nella fase a gironi battendo anche gli Stati Uniti campioni in carica per 8 a 6, arriva dagli Stati Uniti ed è composto da giocatori con cognomi che risuonano familiari nelle orecchie di chi conosce le vecchie ondate migratorie: Pasquantino, Caglianone, Marabito, Weissert. Sono i figli, o più spesso i nipoti, di quegli italiani che partivano in cerca di fortuna, e che ora tornano simbolicamente a rappresentare la terra dei loro avi con la mazza in mano, portando sul petto uno scudo che sentono proprio per diritto di sangue.
Il sangue calabrese di Weissert e la doppia anima di Cervelli, storie di identità ritrovate sul diamante
Ed è proprio in questi legami familiari che si annida la forza emotiva di questa nazionale, una forza che va ben oltre la tecnica individuale e che trasforma ogni partita in qualcosa di più simile a una dichiarazione d’amore verso le proprie radici. Emblematica, in tal senso, la vicenda di Greg Weissert, il lanciatore che contro Porto Rico nei quarti di finale ha spento sul più bello la fiammata di rimonta avversaria, chiudendo la partita con una freddezza glaciale che ha fatto il giro del web. Weissert, come riportato da diverse cronache, è il nipote di nonna Zambelli, una calabrese doc. E quel suo lanciare in un momento così delicato, con lo stadio di Houston che tratteneva il fiato, non era solo un atto atletico: era la sintesi perfetta di una storia famigliare che da una regione del Sud Italia arriva fino al massimo palcoscenico del baseball mondiale, portando con sé una dote di orgoglio e determinazione che nessun manuale può insegnare. Accanto a lui, giocatori come Jac Caglianone, Nick Morabito e lo stesso capitano Vinnie Pasquantino incarnano questa stessa filosofia: sono il prodotto di quelle Little League italo-americane dove il baseball si mescolava ai ricordi del vecchio paese, un patrimonio che oggi ritorna in patria sotto forma di prestazioni sportive di altissimo livello.
La situazione, però, si fa ancora più intricata e interessante se si guarda alla panchina e a parte del roster, dove l'influenza latina, e venezuelana in particolare, è fortissima. Il manager Cervelli, che nel 2025 si è trasferito in Toscana per aprire un'accademia e sviluppare il movimento, si trova a dirigere una squadra che incrocerà le mazze contro il suo paese natale, creando una singolare partita dentro la partita. Non è solo lui, però, a portare il calore caraibico in questo team azzurro. Il terza base Lipso Nava, venezuelano con lunga esperienza nella Liga Venezuela de Béisbol Profesional, è il braccio destro di Cervelli e l'uomo che cura ogni dettaglio della fase difensiva. Ma ci sono anche giocatori come il ricevitore J.J. D’Orazio, prelevato dai Tigres de Aragua, e il giovane Andrés Annunziata, nato a Cagua, che arricchiscono lo spogliatoio di accenti e gestualità tipicamente sudamericane. Una mescolanza, questa, che rende l'Italia una delle squadre con la più alta concentrazione di giocatori di origine venezuelana dell'intero torneo, seconda solo alle rappresentative ufficiali di quel paese.
L'imbattibilità azzurra e la sfida al Venezuela, tra ricordi amari e voglia di riscatto
Sul piano puramente tecnico, gli azzurri arrivano all'appuntamento con un ruolino di marcia impressionante: cinque vittorie su cinque, un percorso netto che ha pochi eguali in questa edizione del Classic. Dopo aver dominato il girone con successi su Brasile, Gran Bretagna, Messico e appunto gli Stati Uniti, la squadra di Cervelli ha superato l'ostacolo portoricano in un quarto di finale giocato ad altissimi livelli, dimostrando una solidità mentale notevole. Dall'altra parte del diamante, però, ci sarà un Venezuela ferito e arrabbiatissimo, capace di eliminare il Giappone campione uscente e di arrivare a Miami con un solo ko sul groppone, rimediato contro la Repubblica Dominicana. Il manager italiano lo sa meglio di chiunque altro: il Venezuela è una potenza del baseball, e la storia dei precedenti sorride ai sudamericani, con quattro vittorie su quattro negli scontri diretti nel Wbc.
Per questo motivo, la scelta del lanciatore partente, caduta sul veterano Michael Lorenzen — già autore di una prestazione magistrale contro gli Stati Uniti — non è casuale e porta la firma dello stesso Cervelli, che da ex ricevitore conosce pregi e difetti del suo lanciatore. "È l'uomo perfetto", ha dichiarato il manager, consapevole che per scardinare una delle formazioni più talentuose del torneo servirà un mix di esperienza e cuore. E il cuore, in questa squadra che canta l'inno di Mameli con accenti americani e latini, ma con una convinzione che commuove, non manca di certo. Il sogno continua, e passa da una notte di fuoco a Miami, dove l'Italia scoprirà se questa incredibile avventura potrà proseguire fino all'ultimo atto contro gli Stati Uniti, già qualificati in finale. Qualunque sarà il risultato, però, questi azzurri hanno già riscritto il significato della parola "italianità" nel mondo dello sport, dimostrando che a volte bisogna attraversare l'oceano per ritrovare la strada di casa.




