Cremlino: «La minaccia all'aereo di Zelensky non esisteva»
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Redazione Esteri
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La presunta minaccia per l'aereo presidenziale ucraino durante il decollo da Chisinau non è mai stata reale. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la «minaccia effimera» evocata nei giorni scorsi «non esisteva, e questo è stato riconosciuto dagli stessi ucraini», respingendo così la ricostruzione fornita dal premier norvegese Jonas Gahr Stoere, secondo cui il velivolo di Volodymyr Zelensky sarebbe stato «quasi colpito da un drone» mentre si apprestava a lasciare la Moldavia.
Un allarme rientrato dopo poche ore
La vicenda era scattata martedì 8 settembre, quando un drone Shahed di fabbricazione iraniana era entrato nello spazio aereo moldavo provenendo dall'Ucraina. Secondo la ricostruzione delle autorità di Chisinau, il velivolo senza pilota aveva sorvolato il territorio per circa diciassette minuti prima di uscire verso la Romania e schiantarsi successivamente nei pressi del villaggio di Starye Mikhaileni, nel distretto di Rîșcani.
L'incursione aveva indotto le autorità moldave a chiudere temporaneamente lo spazio aereo e a far decollare i caccia della Nato in supporto, mentre l'aereo presidenziale ucraino rimaneva a terra in attesa che le restrizioni venissero revocate. Il decollo era stato semplicemente posticipato.
Il premier norvegese Jonas Gahr Stoere, che aveva partecipato ai funerali di Stato del re Harald V insieme a Zelensky, aveva riferito alla televisione pubblica Nrk di aver appreso direttamente dal presidente ucraino che l'aereo era stato «quasi colpito» durante la fase di decollo. Anche il ministro delle Finanze norvegese ed ex segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aveva confermato di essere a conoscenza di «minacce contro l'aereo», pur precisando di non disporre di dettagli sufficienti.
Le dichiarazioni avevano alimentato per alcune ore un clima di forte tensione, riportando al centro dell'attenzione la vulnerabilità dei cieli dell'Europa orientale.
Il ridimensionamento delle fonti ucraine e moldave
La versione che attribuiva all'episodio un carattere di pericolo imminente è stata però progressivamente ridimensionata. Una fonte interna alla presidenza ucraina, interpellata dall'agenzia France Presse, ha definito «esagerata» l'affermazione secondo cui Zelensky avrebbe corso un rischio concreto, spiegando che si era trattato di un allarme generale legato all'ingresso del drone nello spazio aereo moldavo e romeno.
Il portavoce del governo moldavo, Dumitru Ciorici, ha confermato che l'aereo presidenziale non ha mai affrontato una minaccia diretta, poiché è rimasto a terra per tutta la durata della chiusura dello spazio aereo. La ricostruzione ufficiale di Chisinau indica dunque che il velivolo è stato interessato solo indirettamente dall'emergenza, con un ritardo sulla tabella di marcia e nessun contatto ravvicinato con il drone.
Le accuse di provocazione del Cremlino
Peskov non si è limitato a negare la fondatezza dell'allarme. Il portavoce del Cremlino ha anche definito «una provocazione» la notizia del fermo di un cittadino ucraino trovato in possesso di un drone e di esplosivi al confine moldavo, sostenendo che si tratterebbe di un'operazione orchestrata da Kiev per «coinvolgere sempre più profondamente e direttamente i sostenitori occidentali nella guerra». La posizione russa respinge dunque sia la ricostruzione dell'incidente sia l'interpretazione politica che ne era seguita nelle cancellerie europee.
Un episodio che si inserisce in un quadro più ampio
L'episodio di Chisinau non è isolato. Da mesi la Moldavia registra incursioni di droni russi nel proprio spazio aereo, spesso in correlazione con attacchi condotti contro obiettivi in territorio ucraino vicini al confine. Il ministero della Difesa moldavo ha segnalato almeno una decina di violazioni nel corso dell'ultimo anno, con velivoli che hanno sorvolato aree abitate e in un caso sono precipitati nei pressi di centri abitati.
Per far fronte a questa situazione, l'Unione europea ha stanziato venti milioni di euro destinati all'acquisto di sistemi di difesa aerea, fondi che il ministro della Difesa Anatolie Nosatîi ha spiegato essere vincolati a tempi di consegna compresi tra i diciotto e i ventiquattro mesi, trattandosi di sistemi da produrre su commessa. Nel frattempo, il paese continua a utilizzare una rete di sorveglianza composta da circa venti radar di diversa generazione, alcuni dei quali risalenti a conflitti precedenti.
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