Primo suicidio assistito in Lombardia con il Ssr: il caso di Domenico Zuccarella apre lo scenario del fine vita gestito dal servizio pubblico
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Redazione Interno
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La Lombardia registra un passaggio destinato a entrare negli annali del dibattito bioetico e giuridico italiano: per la prima volta, una struttura pubblica, il Servizio sanitario regionale, ha gestito dall’inizio alla fine l’intera procedura di suicidio medicalmente assistito. Il protagonista di questa vicenda è Domenico Zuccarella, 59 anni, originario della provincia di Bergamo e da tempo in lotta con una forma di sclerosi multipla secondariamente progressiva, una patologia neurodegenerativa che lo aveva ridotto in condizioni di grave sofferenza fisica e di dipendenza totale.
La sua morte, avvenuta il 25 agosto 2026, non è stata un evento isolato ma il punto d’arrivo di un iter avviato già nel novembre del 2025, quando l’uomo si era rivolto alle strutture sanitarie pubbliche per ottenere il riconoscimento dei requisiti stabiliti dalla sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019.
Da quel momento, il percorso si è sviluppato per quasi dieci mesi, tra valutazioni cliniche, pareri dei comitati etici e verifiche amministrative, fino alla decisione finale che ha permesso a Zuccarella di concludere la propria esistenza con il supporto del sistema sanitario lombardo, senza dover ricorrere a strutture private o a espatri all’estero.
Il ruolo del Servizio sanitario regionale e l’assenza di una legge quadro
La particolarità di questo caso, rispetto ai precedenti noti in Italia, risiede proprio nell’organizzazione complessiva della fase attuativa: a darne notizia è stata l’Associazione Luca Coscioni, che da anni si batte per il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione terapeutica e per l’accesso al suicidio assistito in condizioni di sicurezza.
Secondo quanto ricostruito dall’associazione, il Servizio sanitario regionale lombardo non si è limitato a convalidare la richiesta o a fornire un parere consultivo, ma ha messo a disposizione l’assistenza sanitaria durante tutto il percorso, ha procurato il farmaco letale e la strumentazione necessaria per la somministrazione, e ha individuato il luogo fisico dove la procedura si sarebbe dovuta svolgere, garantendo così che l’intero processo rimanesse sotto la responsabilità pubblica.
Si tratta, in altri termini, di un salto di qualità rispetto alle esperienze precedenti, come quelle del Veneto o della stessa Lombardia, dove il coinvolgimento delle aziende sanitarie era stato più limitato o marginale. In assenza di una legge del Parlamento che regoli compiutamente il suicidio medicalmente assistito e i limiti entro cui il personale sanitario possa operare, le Regioni si trovano a navigare a vista, interpretando le pronunce della Consulta e cercando di fornire risposte concrete a pazienti che chiedono di esercitare un diritto riconosciuto solo in via giurisprudenziale.
Le reazioni istituzionali e la scelta del silenzio dell’assessore Bertolaso
L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, ha confermato la notizia con una dichiarazione che rivela un aspetto significativo della vicenda: la decisione di non dare pubblicità al caso era stata presa per rispettare la volontà espressamente manifestata dal paziente, il quale aveva chiesto che la sua morte non venisse strumentalizzata né utilizzata come bandiera in un dibattito politico o ideologico.
Bertolaso ha precisato che, una volta che altri soggetti hanno reso pubblica la vicenda, la Regione si è sentita autorizzata a confermare i fatti, sottolineando che il percorso si è svolto «nel pieno rispetto delle procedure previste dalle indicazioni regionali e in osservanza dei principi stabiliti dalle pronunce della Corte costituzionale».
Questa posizione istituzionale evidenzia una delle tensioni più profonde del tema: da un lato, il diritto alla riservatezza e alla dignità del paziente, che non vuole diventare un simbolo; dall’altro, la necessità di trasparenza e di costruzione di precedenti che possano orientare le future scelte amministrative e legislative.
La scelta dell’assessore di parlare solo a posteriori, e solo dopo la diffusione della notizia da parte dell’Associazione Luca Coscioni, indica una prudenza di fondo, quasi a voler evitare di alimentare polemiche in una materia che tocca corde profonde della coscienza collettiva e che vede contrapposte posizioni etiche, religiose e giuridiche difficilmente conciliabili.
Il vuoto normativo e le parole di Gambino (Scienza e Vita)
Il caso di Zuccarella riporta al centro dell’attenzione il vuoto normativo che da anni caratterizza il nostro Paese in materia di fine vita.
Dopo la sentenza 242 del 2019, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, il Parlamento non è mai riuscito a varare una legge organica che definisca le procedure, i tempi, le modalità di controllo e le garanzie per il personale medico che sceglie di prestare assistenza.
In questo interregno giuridico, le Regioni hanno cercato di colmare il gap con atti amministrativi e delibere di giunta, ma con esiti disomogenei e con il rischio costante di incorrere in ricorsi o in conflitti di attribuzione.
A intervenire nel dibattito è stata anche l’associazione Scienza e Vita, attraverso il presidente Gianluca Gambino, il quale ha dichiarato che «non è più rinviabile una legge nazionale» e che il caso lombardo dimostra l’urgenza di un intervento del legislatore per evitare che siano i singoli operatori sanitari o i funzionari regionali a dover assumere decisioni gravose sotto il profilo etico e legale, spesso senza un quadro di riferimento chiaro.
Le parole di Gambino non esprimono un giudizio sulla legittimità della scelta di Zuccarella, ma sottolineano la precarietà di un sistema che demanda alle Corti e alle amministrazioni periferiche compiti che spetterebbero al Parlamento, con il rischio di trattamenti differenziati tra cittadini e di incertezza del diritto per i medici che si trovano a dover gestire richieste di questo tipo.
I precedenti e il significato del caso lombardo nel panorama nazionale
Quello di Zuccarella è il terzo caso documentato di suicidio medicalmente assistito in Lombardia, ma è il primo in cui l’intera organizzazione logistica, farmaceutica e sanitaria è stata assunta in proprio dal Servizio sanitario regionale. Nei due episodi precedenti, risalenti agli anni scorsi, il coinvolgimento del pubblico era stato più circoscritto, con i pazienti che avevano dovuto sobbarcarsi parte degli oneri organizzativi o affidarsi a strutture private convenzionate.
Il cambiamento di passo è sostanziale: significa che la Regione Lombardia ha messo a punto una procedura interna, con protocolli definiti e con una catena di responsabilità chiara, che va dalla valutazione psichiatrica e neurologica alla somministrazione del farmaco, passando per il supporto infermieristico e la gestione del luogo della morte. Questo modello, se confermato e replicato in altri casi, potrebbe diventare un riferimento per altre Regioni che finora hanno temporeggiato o che hanno scelto di non affrontare la questione, rimandando ogni decisione al paziente o ai familiari.
Tuttavia, proprio l’assenza di una cornice legislativa nazionale rende ogni iniziativa regionale esposta a contestazioni e a possibili interventi della magistratura contabile o della Corte dei conti, specialmente per quanto riguarda la copertura finanziaria e l’impiego di risorse pubbliche per finalità che non sono esplicitamente previste da alcuna legge.
La scelta della Regione Lombardia di procedere comunque, sulla base delle indicazioni della Consulta e delle linee guida interne, rappresenta una scommessa amministrativa e politica, che potrebbe aprire la strada a una regolamentazione di fatto in attesa che il legislatore nazionale assuma le proprie responsabilità.
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