Oro, Bankitalia non sposta le riserve: il 43% resta negli Usa. Cosa ha fatto l'Olanda

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
SCIENZA E TECNOLOGIA Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La Banca d'Italia non ha trasferito nemmeno un lingotto. La precisazione dell'istituto di via Nazionale è arrivata dopo che la banca centrale olandese ha annunciato di aver riposizionato una parte consistente delle proprie riserve auree dagli Stati Uniti e dal Canada verso il Regno Unito e i Paesi Bassi, motivando la scelta con le recenti incertezze geopolitiche. Una decisione che, stando a quanto riferito, non trova per ora seguito a Roma: l'istituto italiano ha spiegato all'ANSA che non è stata avviata alcuna operazione di rimpatrio del metallo custodito oltre confine.

Dove si trova l'oro italiano

Con un quantitativo complessivo di 2.452 tonnellate, il nostro Paese figura come quarto detentore mondiale di riserve auree, preceduto dalla Federal Reserve statunitense, dalla Bundesbank tedesca e dal Fondo Monetario Internazionale. Secondo i dati pubblicati sul portale di Palazzo Koch, la distribuzione geografica del metallo vede una quota del 44,86% custodita in Italia, pari a circa 1.100 tonnellate, mentre una porzione quasi equivalente, 1.061,5 tonnellate corrispondenti al 43,29%, si trova negli Stati Uniti, presso i caveau della Federal Reserve Bank di New York.

Il resto è suddiviso tra la Svizzera, dove sono depositate 149,3 tonnellate (6,09%), e il Regno Unito, con 141,2 tonnellate (5,76%).

La scelta di non concentrare tutto il metallo in un unico luogo risponde, secondo quanto si legge sul sito dell'istituto, a una duplice logica. Da un lato pesano ragioni storiche, legate ai luoghi in cui l'oro è stato acquistato nel corso del tempo; dall'altro opera una strategia di diversificazione finalizzata a minimizzare i rischi. La custodia presso le principali piazze finanziarie internazionali consente inoltre, in caso di necessità, un utilizzo più rapido delle riserve, limitando i costi e i tempi connessi al trasporto fisico del metallo.

Le mosse di Amsterdam e Parigi

L'annuncio della banca centrale olandese si inserisce in una tendenza più ampia, avviatasi da oltre un decennio e accelerata dopo il 2022, quando la decisione di congelare le attività estere della Russia ha indotto numerose autorità monetarie a riconsiderare i rischi connessi alla custodia dei propri asset presso giurisdizioni straniere. Secondo i dati diffusi dal World Gold Council, nell'ultimo anno il 19% delle banche centrali ha aumentato la quota di oro detenuta in patria o ha diversificato i luoghi di deposito, contro il 7% registrato nell'anno precedente.

Parallelamente, la percentuale di istituti che mantengono riserve presso la Federal Reserve di New York è scesa dal 17% al 14%.

Sul fronte europeo, la Banque de France ha completato all'inizio del 2026 il rimpatrio dell'intero stock custodito negli Stati Uniti, pari a 129 tonnellate di lingotti. L'operazione, avviata nel luglio 2025, non ha comportato un trasferimento fisico su larga scala: i lingotti di produzione più datata e di formato non standardizzati sono stati venduti direttamente a New York, mentre sul mercato europeo è stato acquistato un quantitativo equivalente di barre conformi agli standard internazionali, poi depositate nei caveau sotterranei della banca centrale.

L'andamento del prezzo del metallo durante l'operazione ha generato un guadagno stimato in circa 12,8 miliardi di euro.

I limiti del rimpatrio fisico

Il trasferimento materiale delle riserve non è tuttavia privo di ostacoli. Il prelievo dei lingotti dai depositi americani e britannici comporta costi assicurativi elevati, richiede misure di sicurezza articolate e può essere soggetto a procedure di verifica sempre più stringenti, con alcune richieste di ispezione fisica che vengono respinte e sostituite da controlli puramente contabili.

A ciò si aggiunge il costo in termini di liquidità: l'oro collocato a New York e a Londra può essere impiegato con maggiore immediatezza nelle operazioni sui mercati internazionali, mentre una volta riportato in patria risulta meno agevolmente mobilizzabile. Alcuni istituti di dimensioni minori optano pertanto per soluzioni intermedie, spostando le proprie riserve verso piazze considerate neutrali, come Singapore, Dubai o Shanghai.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.